Ministero dell’Economia e delle Finanze

Documento di Programmazione

Economico- Finanziaria

per gli anni 2004-2007

Documento di programmazione

economico-finanziaria

Per gli anni 2004-2007

Presentato dal presidente del Consiglio dei Ministri

Silvio Berlusconi

e

dal Ministro dell’Economia e delle Finanze

Giulio Tremonti

Deliberato dal Consiglio dei Ministri il 16 luglio 2003

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

INDICE

Premessa

I - IL CONTESTO INTERNAZIONALE ED EUROPEO

I.1 La congiuntura economica

I.2 Le prospettive di medio termine

I.3 Il processo di allargamento dell’Unione Europea

II - L’EVOLUZIONE DELLECONOMIA ITALIANA

II.1 L’economia italiana nel 2003

II.1.1 Le tendenze economiche territoriali nel 2003

II.2 La finanza pubblica nel 2003

II.3 L’andamento tendenziale dell’economia italiana nel medio periodo

(2004-2007)

II.3.1 Le tendenze economiche territoriali nel 2004-2007

II.4 Il quadro tendenziale della finanza pubblica 2004-2007

III - GLI OBIETTIVI PROGRAMMATICI PER IL 2004 E IL MEDIO PERIODO

III.1 L’espansione del ciclo vitale e l’equilibrio tra risorse e spesa sociale

III.2 Il rilancio del sistema delle piccole imprese

III.2.1 L’innovazione tecnologica

III.2.2 Il potenziamento delle infrastrutture

III.3 Il quadro macroeconomico programmatico 2004-2007

III.3.1 Il quadro programmatico territoriale

III

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

III.4 Il quadro programmatico di finanza pubblica

III.5 Gli obiettivi del semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea

III.5.1 Le azioni per la crescita europea

III.5.2 Integrazione commerciale e nuove vie dello sviluppo

IV - LA STRATEGIA PER LE AREE SOTTOUTILIZZATE:

UNMEZZOGIORNO COMPETITIVO

IV.1 Tendenze e obiettivi programmatici

IV.2 La quantità e l’utilizzo delle risorse finanziarie per gli investimenti

pubblici

IV.3 La qualità degli investimenti attraverso la cooperazione tra regioni e

Stato centrale

IV.3.1 Gli accordi di Programma Quadro

IV.3.2 Il Quadro comunitario di sostegno

IV.3 Gli accordi di Programma Quadro

IV.4 Modernizzazione e rafforzamento delle capacità delle Amministrazioni

pubbliche

IV.5 Incentivi, marketing territoriale e credito

V - UN ACCORDO PER RIFORME, COMPETITIVITA’,

SVILUPPO ED EQUILIBRIO FINANZIARIO

VI - APPENDICE STATISTICA

Allegato 1: Programma infrastrutture strategiche:

Opere potenzialmente attivabili nel periodo 2004-2007

IV

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

INDICE DEI RIQUADRI

Effetti dell’integrazione commerciale della Cina nell’economia mondiale

Deflazione: aspetti teorici e rischi nell’attuale congiuntura

Fattori geo-politici e scenario internazionale

Gli effetti sul ciclo di misure fiscali alternative: un’analisi controfattuale per il biennio 2002-2003

Ricchezza finanziaria e consumi delle famiglie

Occupazione e redditi da lavoro dipendente: un confronto europeo

Evoluzione dell’occupazione femminile nell’ultimo quinquennio

Effetti della riforma fiscale sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro

Crescita del Mezzogiorno rispetto all’Italia: obiettivi programmatici e risultati

Produttività e competitività nell’economia italiana: aspetti disaggregati per macro-regioni e macrosettori

Effetti dell’apprezzamento dell’euro sull’interscambio commerciale dell’Italia per settore e per

area

Azione europea per la crescita

Riforma della politica di coesione comunitaria e impatto dell'allargamento sulle aree ammissibili

all'obiettivo 1 nel 2007-2013

Grado di integrazione commerciale delle regioni italiane con i paesi dell'Europa centrale e

orientale candidati all'allargamento

I corridoi 5 e 8, ponte fra l'economia italiana e i paesi dell'est Europa

Il Mezzogiorno e il Centro-Nord a più velocità

Azioni e risultati di governo e regioni nel Mezzogiorno e nelle altre aree sottoutilizzate

Il credito d’imposta: investimenti ed occupazione

V

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

INDICE DELLE TAVOLE

Tavola I.1 - Variabili internazionali rilevanti per l’Italia (2001-2003)

Tavola I.2 - Prezzi internazionali (2001-2003)

Tavola I.3 - Variabili internazionali rilevanti per l’Italia (2004-2007)

Tavola I.4 - Prezzi internazionali (2004-2007)

Tavola I.5 - Tassi medi annui di inflazione

Tavola I.6 - Le fasi di allargamento dell’Unione Europea

Tavola I.7 - Paesi in via di adesione all’UE: principali indicatori economici

Tavola II.1 - Contributi alla crescita del PIL (2002-2003)

Tavola II.2 - Conto economico risorse e impieghi a prezzi 1995 (2002-2003)

Tavola II.3 - Valore aggiunto a prezzi 1995 (2002-2003)

Tavola II.4 - Occupazione (unità standard di lavoro) (2002-2003)

Tavola II.5 - Offerta, domanda di lavoro e disoccupazione (2002-2003)

Tavola II.6 - Redditi e retribuzione per unità di lavoro dipendente (2002-2003)

Tavola II.7 - Scostamento delle previsioni per il 2003

Tavola II.8 - Conto economico risorse e impieghi a prezzi 1995 (2002-2007)

Tavola II.9 - Quadro tendenziale:Indicatori macroeconomici di medio termine (2002-2007)

Tavola II.10 - Quadro delle previsioni a legislazione vigente: Conto delle Amministrazioni

pubbliche

Tavola III.1 - Quadro Programmatico: indicatori macroeconomici di medio termine

Tavola III.2 - Quadro Programmatico: conto delle amministrazioni pubbliche

Tavola III.3 - Bilancio programmatico dello Stato dal 2004 al 2006

Tavola IV.1 - Spesa in conto capitale nel Mezzogiorno, media 2004-2007

Tavola IV.2 - Alcuni interventi contenuti negli accordi di progamma quadro

Tavola IV.3- Alcuni interventi contenuti nel QCS 2000-2006

VI

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

INDICE DELLE FIGURE

Figura I.1 - Stati Uniti: Indice di fiducia dei consumatori

Figura I.2 - Indice dei mercati azionari

Figura I.3 - Cambio dollaro-euro

Figura I.4 - Tassi medi di inflazione

Figura II.1 - Consumi ed investimenti nel 2002 – confronti europei

Figura II.2 - Occupati per ripartizione (1995=100, dati destagionalizzati)

Figura III.1 - Il ciclo vitale

Figura III.2 - Infrastrutture e concentrazione territoriale delle imprese

Figura III.3 - Mezzogiorno: quota programmatica della spesa in conto capitale della Pubblica

Amministrazione e crescita del PIL

Figura IV.1 - Mezzogiorno: obiettivi programmatici

Figura IV.2 - Impieghi alle società non finanziarie e alle famiglie produttrici e PIL nel

Mezzogiorno e nel Centro-Nord

VII

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

INTRODUZIONE E SINTESI

Il Documento di Programmazione contiene le grandi linee della politica

economica e finanziaria per gli anni 2004-07 e rappresenta la premessa per aprire una

stagione di dialogo sociale e istituzionale mirata a realizzare riforme strutturali

finalizzate a rilanciare uno sviluppo sostenuto e duraturo.

L’obiettivo è giungere ad un “Accordo per Riforme, Competitività, Sviluppo ed

Equilibrio finanziario” da tradurre in termini normativi nella prossima legge

finanziaria, verificando gli indirizzi politici elaborati dalle singole Amministrazioni che

verranno posti a base del dialogo con tutte le parti sociali e i rappresentanti delle

autonomie locali.

Questo “Accordo” deve partire dalla conferma degli impegni sottoscritti con il

“Patto per l’Italia” e deve raccogliere il contributo del più recente “Patto per la

competitività” siglato da CGIL, CISL, UIL e Confindustria.

Gli interventi proposti in questo DPEF mantengono la continuità con gli indirizzi

programmatici che questo Governo ha adottato fin dal suo insediamento, pur tenendo

conto di un quadro economico internazionale meno favorevole rispetto alle attese.

L’obiettivo è di rafforzare lo sviluppo economico e sociale del paese, fondato su alcuni

pilastri fondamentali, comuni ai grandi paesi europei:

una politica di riforme strutturali socialmente compatibili, in grado di adeguare

le istituzioni dell’economia ai trend demografici e all’allungamento delle fasi del ciclo

vitale: età scolare, età del lavoro, terza età;

una politica di investimenti in capitale fisico e umano e in tecnologia, finalizzata

ad innalzare la produttività e la competitività e, quindi, la crescita del paese, rendendo

l’economia italiana pronta a cogliere pienamente gli stimoli della ripresa quando si

manifesterà a livello globale e europeo;

una politica macroeconomica e finanziaria atta a coniugare rigore e sviluppo, in

linea con gli impegni europei.

Riforme, investimenti e consolidamento di bilancio sono obiettivi essenziali e

strettamente integrati: il rispetto dei vincoli del patto di stabilità e crescita ha il duplice

VIII

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

effetto di rassicurare i mercati e evitare che, per un paese ad alto debito come l’Italia,

condizioni finanziarie troppo gravose soffochino la ripresa.

Il quadro economico internazionale

Le previsioni contenute nel documento si basano su un quadro internazionale di

riferimento molto prudente, coerente con gli scenari delineati dalle istituzioni

internazionali e dai principali centri di ricerca. La crescita mondiale è ancora modesta

ma è prevista accelerare gradualmente nel 2004 e negli anni successivi. La crescita in

Europa risente sia degli effetti dell’apprezzamento dell’euro, sia delle difficoltà

dell’economia tedesca: il PIL dell’area dell’euro è atteso aumentare dell’1,9 per cento

nel 2004 per poi attestarsi leggermente sopra il 2 per cento nel medio periodo. Lo

scenario delineato potrebbe risultare, tuttavia, alterato dal riacutizzarsi dei fattori di

instabilità geo-politica che incidono sul clima di fiducia degli operatori.

Le quotazioni del petrolio sono previste mantenersi, nell’arco previsivo intorno ai

25 dollari a barile; mentre i prezzi delle altre materie prime e dei manufatti dovrebbero

aumentare in misura moderata. Si prevede un ulteriore, lieve apprezzamento dell’euro

nel 2004 e poi una sostanziale stabilità. Nel medio periodo continuano a ridursi le

pressioni inflazionistiche. Il rischio di un fenomeno generalizzato di deflazione rimane

remoto. Tra i principali paesi industrializzati, solo in Giappone i prezzi continueranno

a ridursi nel medio periodo.

Il quadro macroeconomico interno

Si stima che il PIL aumenti, in media nel 2003, dello 0,8 per cento, un valore in

linea con quello atteso per l’area dell’euro.

Tenuto conto dei problemi strutturali e degli stringenti vincoli di bilancio che

condizionano fortemente la crescita dell’economia italiana, il quadro programmatico

per il medio periodo è improntato alla cautela.

IX

L’obiettivo del Governo è quello di innalzare il potenziale di sviluppo, attraverso

le riforme strutturali e il sostegno agli investimenti, in un contesto di equilibrio

finanziario. Gli effetti delle riforme si esplicheranno gradualmente nei prossimi anni;

pertanto, nello scenario programmatico, la crescita del PIL prevista per il biennio

2004-05 sarà solo lievemente superiore a quella delineata nel quadro tendenziale

(rispettivamente, 2 e 2,3 per cento contro 1,8 e 2,1). Il divario aumenterà

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

progressivamente negli anni successivi, man mano che le riforme strutturali

esplicheranno pienamente i loro effetti. Nel 2007, il tasso di sviluppo raggiungerà il 2,6

per cento, rispetto al 2,1 per cento del tendenziale.

In questo quadro, la crescita viene sostenuta dalla domanda interna, con il

fondamentale contributo degli investimenti, che beneficeranno delle politiche varate dal

Governo, in particolare dell’avvio delle opere infrastrutturali, con finanziamento

italiano e europeo, e dell’accelerazione degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno.

Il tasso di disoccupazione, previsto pari all’8,8 per cento nell’anno in corso, si

ridurrebbe progressivamente, attestandosi al 7,5 per cento nel 2007. Nello stesso anno,

il tasso di occupazione si collocherebbe intorno al 60 per cento, valore prossimo

all’obiettivo fissato per il 2010 (61,3 per cento).

Nonostante la crescita del PIL risulti superiore a quella indicata nel quadro

tendenziale, le pressioni inflazionistiche dovrebbero attenuarsi durante tutto il periodo

della previsione per effetto dell’accresciuta produttività, con conseguenze positive sul

potere d’acquisto dei lavoratori. La riduzione dell’inflazione sarà ulteriormente

agevolata dalla moderazione dei prezzi internazionali: in tale contesto, i tassi

programmati di inflazione risultano pari all’1,7 per cento nel 2004, 1,5 per cento nel

2005, 1,4 per cento nel biennio 2006-2007.

Il processo di consolidamento finanziario

Per l’anno in corso l’indebitamento netto delle Pubbliche Amministrazioni si

collocherebbe al 2,3 per cento del PIL. Le misure adottate dal Governo, incluse quelle

una tantum, si stanno rivelando molto efficaci. Rispetto al 2002, si registrerebbe una

correzione del saldo strutturale di circa 0,3-0,4 punti percentuali, poco meno di quanto

concordato nell’Eurogruppo. L’obiettivo, per il 2004 e per gli anni successivi, è di

ridurre l’indebitamento strutturale di 0,5 per cento all’anno. Per conseguire questo

risultato nel 2004 è necessaria una riduzione del disavanzo all’1,8 per cento del PIL,

dato che, in assenza di manovra, il disavanzo tendenziale si attesterebbe intorno al 3,1

per cento. Una posizione prossima al pareggio si otterrebbe nel 2006.

La strategia finanziaria del Governo si basa sulla riduzione progressiva delle

misure one-off: un terzo della manovra prevista per il 2004 dovrà essere assicurato da

misure a carattere permanente. La proporzione aumenta a due terzi l’anno successivo

fino alla completa sostituzione nel 2006. Le misure strutturali si concentreranno: dal

X

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

lato delle entrate, su interventi di contrasto all’evasione e al sommerso; dal lato delle

spese, su interventi di riduzione di regimi speciali di favore, sull’applicazione del patto

di stabilità interno in coerenza con le prescrizioni europee, sulla razionalizzazione

degli acquisti di beni e servizi da parte delle Pubbliche Amministrazioni, sulla entrata a

regime del Piano Europeo di Azione per la crescita. Le misure”one-off” per il 2004-05

si concentreranno sul settore immobiliare e del real estate.

QUADRO MACRO TENDENZIALE - SINTESI

2003 2004 2005 2006 2007

Pil reale 0,8 1,8 2,1 2,2 2,1

Pil nominale 3,6 3,7 4,0 4,1 4,0

Tasso di inflazione 2,4 1,9 1,7 1,6 1,6

Tasso di disoccupazione 8,8 8,5 8,3 8,1 8,0

indebitamento P.A (%PIL) -2,3 -3,1 -3,2 -2,8 -2,4

indebitamento strutturale P.A (%PIL) -1,8 -2,7 -3,0 -2,7 -2,4

avanzo primario (%PIL) 3,0 1,9 1,8 2,2 2,7

(variazioni percentuali)

QUADRO MACRO PROGRAMMATICO - SINTESI

2004 2005 2006 2007

Pil reale 2,0 2,3 2,5 2,6

Pil nominale 3,9 4,3 4,3 4,3

inflazione programmata 1,7 1,5 1,4 1,4

Tasso di disoccupazione 8,5 8,2 7,9 7,5

indebitamento P.A. (%PIL) -1,8 -1,2 -0,5 0,1

indebitamento strutturale P.A. (%PIL) -1,3 -0,8 -0,3 0,1

avanzo primario (%PIL) 3,1 3,8 4,6 5,2

debito P.A. (%PIL) 104,2 101,7 99,4 97,1

(variazioni percentuali)

XI

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

1

I – IL CONTESTO INTERNAZIONALE ED EUROPEO

I.1 La congiuntura economica

La prevista ripresa dell’economia mondiale non si è ancora materializzata. La

crescita negli Stati Uniti stenta a decollare. Il Giappone e la Germania stanno entrando

in una fase di ristagno. La maggior parte delle economie europee, venendo a mancare lo

stimolo del settore estero anche per effetto dell’apprezzamento dell’euro, manifesta

evidenti segni di debolezza.

Il consuntivo del 2002

Dopo un promettente avvio, all’inizio del 2002, la ripresa dell’economia mondiale

ha subito un’improvvisa battuta d’arresto; il crollo della fiducia dei consumatori e degli

operatori economici è stato provocato dal riacutizzarsi delle tensioni internazionali e

dagli scandali finanziari che hanno coinvolto alcune grandi imprese statunitensi.

Nella media del 2002, la crescita dell’economia mondiale è stata del 3 per cento

(2,3 per cento nel 2001). I risultati sono stati particolarmente deludenti nell’area

dell’euro, dove l’aumento del PIL si è ridotto, passando dall’1,4 per cento dell’anno

precedente allo 0,8 per cento. Negli Stati Uniti il tasso di crescita (2,4 per cento) è

risultato superiore alla media dell’OCSE, grazie anche a politiche monetarie e fiscali

fortemente espansive. Solo i paesi asiatici, con l’esclusione del Giappone, sono riusciti a

mantenere ritmi di crescita sostenuti; in particolare, la Cina ha registrato una espansione

dell’8 per cento.

Gli scambi commerciali hanno riflesso l’evoluzione del ciclo economico

internazionale, aumentando in volume del 3,2 per cento, un valore nettamente inferiore

alla media degli ultimi dieci anni ( oltre il 6 per cento).

Il primo trimestre del 2003

La congiuntura internazionale si è ulteriormente indebolita agli inizi del 2003, per

effetto delle incertezze relative al conflitto in Iraq e a rischi di diffusione della

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

2

polmonite atipica (SARS). Il prezzo del petrolio agli inizi di marzo ha raggiunto poco

meno di 35 dollari a barile.

Il Giappone e i paesi dell’area dell’euro hanno maggiormente risentito del

deterioramento del contesto esterno, a causa delle debolezze strutturali delle loro

economie. Tra i paesi dell’Unione Monetaria Europea il rallentamento è stato

particolarmente marcato in Germania, dove il PIL si è ridotto dello 0,2 per cento

rispetto al trimestre precedente. Negli Stati Uniti, il prodotto è aumentato dello 0,4 per

cento. La crescita è stata sostenuta dal contributo positivo dei consumi (0,4 per cento),

mentre non si è verificata l’attesa ripresa degli investimenti da parte delle imprese, che,

invece, è stata frenata dall’incertezza.

Le prospettive di crescita si sono ridotte, riflettendosi in un peggioramento del

clima di fiducia degli operatori ed in un generalizzato calo dei corsi azionari. Da

gennaio a marzo, gli indici di borsa delle principali aree economiche sono scesi di circa

il 10 per cento, con una performance significativamente peggiore nell’area dell’euro,

dove la contrazione ha raggiunto quasi il 20 per cento.

Segnali di ripresa deboli e contrastanti per l’anno in corso

L’evoluzione attesa del quadro internazionale per i prossimi mesi è ancora incerta.

Dopo la rapida e favorevole risoluzione del conflitto in Iraq, sono emersi segnali di

ripresa. Il prezzo del petrolio è sceso rapidamente intorno ai 25 dollari a barile; le

quotazioni azionarie hanno iniziato a mostrare una tendenza alla crescita. Segnali di

ripresa provengono dagli Stati Uniti, dove le politiche economiche continuano ad essere

espansive. Il 25 giugno la Riserva Federale ha ridotto i tassi di riferimento americani

dall’1,25 per cento all’1 per cento, il livello più basso dal 1958. Nello stesso mese sono

entrati in vigore nuovi sgravi fiscali.

L’indice di fiducia dei consumatori, secondo il Conference Board, è in aumento

dal mese di aprile, dopo aver registrato per quattro mesi un progressivo peggioramento.

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

3

Figura I.1 Stati Uniti: Indice di fiducia dei consumatori

50

60

70

80

90

100

110

120

gen-02

febbraio

marzo

aprile

maggio

giugno

luglio

agosto

settembre

ottobre

novembre

dicembre

gen-03

febbraio

marzo

aprile

maggio

giugno

Fonte: Conference Board

Nel mese di maggio, l’indice anticipatore del ciclo americano è aumentato dell’1

per cento, il più forte incremento da 17 mesi. L’indagine condotta presso i responsabili

degli acquisti delle imprese manifatturiere fornisce ulteriori indicazioni favorevoli: il

Purchasing Management Index di Chicago (PMI), dopo aver registrato a maggio un

aumento più forte del previsto (passando da 47,6 a 52,2 e superando il valore di 50 che

rappresenta lo spartiacque tra espansione e contrazione) ha manifestato un ulteriore

rialzo a giugno (52,5).

In Europa, le politiche economiche sono quasi ovunque orientate in senso

espansivo con un aumento dei disavanzi, che riflette l’operato degli stabilizzatori

automatici. La BCE, con un nuovo intervento effettuato ai primi di giugno, ha ridotto il

tasso di riferimento di 50 punti base, portandolo al 2 per cento.

Alcuni fattori strutturali segnalano possibili miglioramenti delle prospettive. Lo

sgonfiamento della “bolla” speculativa degli ultimi due anni ha riportato i prezzi dei

titoli azionari intorno ai valori di equilibrio. Mentre la stabilizzazione dei mercati

finanziari elimina un importante fattore di debolezza della domanda interna, il calo del

prezzo del petrolio, espresso in euro, produce un effetto positivo sui conti delle famiglie

e delle imprese.

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

4

Figura I. 2 – Indice dei mercati azionari*

*Fonte Datastream: Indici Morgan Stanley Capital International

Di contro, pesa ancora sulla ripresa sia americana che europea l’eccesso di

capacità produttiva determinato dalla forte crescita degli investimenti effettuati nella

seconda metà degli anni novanta. Il basso livello di utilizzo degli impianti suggerisce

che una sostenuta ripresa degli investimenti è ancora lontana.

Sulle prospettive di crescita dell’Unione Europea pesa, inoltre, l’apprezzamento

dell’euro che si riflette in un peggioramento della competitività. In particolare, pesano

le potenzialità di sviluppo dell’export dell’area asiatica, soprattutto quelle della Cina,

favorite dall’ancoraggio del renminbi-yuan al dollaro americano (su un rapporto di 8,28

renminbi-yuan per dollaro).

EFFETTI DELL’INTEGRAZIONE COMMERCIALE DELLA CINA

NELL’ECONOMIA MONDIALE

Il crescente grado di apertura dell’economia cinese, accompagnato dal processo

di riforme e dal recente ingresso nella Organizzazione Mondiale del Commercio

(WTO), ha rappresentato un nuovo fattore propulsivo dello sviluppo di quel paese.

Dopo essere cresciuta a ritmi vicini al 10 per cento nel corso degli ultimi 20 anni, la

Cina ha continuato a registrare tassi di crescita sostenuti anche durante l’attuale fase

di debole congiuntura internazionale. La Cina rappresenta oggi la settima maggiore

economia mondiale e la seconda destinazione dei flussi di investimenti diretti, essenziali

per l’acquisizione di tecnologia innovativa. La crescita dell’economia cinese, pari all’8

per cento nel 2002, è stata trainata da un forte aumento delle esportazioni (21,2 per

cento), in particolare di prodotti elettronici e tessili. La domanda estera dovrebbe

0

200

400

600

800

1000

1200

1400

1600

1800

gen

-99

apr-

99

l

ug-99

ott-99

gen-

00

apr

-

00

lu

g-00

ott-0

0

gen-01

apr

-

01

l

ug-01

ott-0

1

gen

-02

apr

-

02

lu

g-02

ott-02

gen-03

apr

-

03

USA Giap pone Germania Area euro

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

5

continuare a fornire un contributo decisivo alla crescita del PIL del paese (superiore al

7 per cento nei prossimi due anni, secondo le previsioni del FMI).

Nel corso degli ultimi anni la Cina ha progressivamente ampliato la propria

quota di mercato sulle esportazioni mondiali (dal 4,7 al 6,6 per cento tra il 1997 e il

2002), favorita anche dall’elevato tasso di sviluppo dell’area geo-economica cui

appartiene.

Figura 1 - Quote di mercato sulle esportazioni mondiali per settore - Anni 1997-2002

Fonte: Elaborazioni su dati ICE

I settori in cui i guadagni sono stati maggiori sono il tessile, l’ICT (Information

and Communication Technology), l’elettronica e strumenti di precisione e la

meccanica. Per quanto riguarda il mercato cinese, si registra una graduale erosione

delle quote di import dalla maggior parte delle economie avanzate, a cui si

contrappone un aumento di quella dell’Asia Orientale (ad eccezione del Giappone).

—— Cina —— Stati Uniti —— Italia ------- Francia —— Germania

Te ss ili

0

4

8

12

16

20

199 7 1998 1999 2000 2001 2002

Cuoio e calzature

0

5

10

15

20

25

30

19 97 199 8 19 99 2 00 0 2 00 1 2 00 2

Meccanica

0

4

8

12

16

20

199 7 19 98 19 9 9 20 0 0 20 01 20 02

ICT, elettr onica, pre cis ione

0

4

8

12

16

20

1997 1998 1999 2000 2001 2002

Metalli e prodot ti in metallo

0

2

4

6

8

10

12

199 7 199 8 199 9 2 00 0 20 01 2 00 2

Abbigliamento

0

5

10

15

20

25

199 7 199 8 19 99 20 00 2 00 1 2 00 2

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

6

Tavola 1: Quote di mercato delle principali economie sulle importazioni della Cina

Fonte: ICE

In una prospettiva di lungo periodo il mercato cinese offrirà opportunità di

sbocco interessanti. Tuttavia gli standard di vita di quel paese sono ancora molto

lontani da quelli sia delle maggiori economie avanzate, sia dei paesi asiatici. Secondo i

dati della Banca Mondiale, riferiti al 2001, il reddito pro-capite cinese (calcolato sulla

base dello stesso potere di acquisto) risulta pari a circa un sesto di quello di Italia,

Francia e Germania; alla metà circa di quello della Malesia, ad un terzo del reddito

pro-capite della Corea.

Il ruolo trainante dell’economia degli Stati Uniti nella ripresa mondiale

Le prospettive di ripresa dell’economia mondiale appaiono connesse allo sviluppo

della congiuntura negli Stati Uniti. Infatti, né l’area dell’euro né il Giappone sembrano

oggi in grado di svolgere un ruolo trainante della crescita globale.

Nell’area dell’euro, l’economia tedesca risente degli effetti dell’unificazione del

paese e, dopo aver registrato negli ultimi tre anni il più basso tasso di crescita tra i paesi

aderenti all’Unione Monetaria, non manifesta segni di ripresa. La domanda è debole a

causa dell’elevata disoccupazione, della elevata pressione fiscale, degli alti tassi di

interesse reali, degli effetti dell’interazione tra difficoltà societarie e rischi nel sistema

finanziario, dell’incertezza relativa alle riforme nel mercato del lavoro ed alle misure di

consolidamento fiscale necessarie per rispettare i parametri fissati a livello europeo.

Senza il decisivo contributo della domanda estera, difficilmente la Germania potrà

beneficiare di una significativa ripresa dell’attività economica. Destano interesse le

recenti proposte di riduzione del carico fiscale.

Anche in Giappone, le prospettive di sviluppo sono condizionate da una domanda

interna molto debole. I consumi sono frenati dall’elevata disoccupazione e dai bassi

salari, con un tasso di risparmio che è ormai sceso ai minimi storici. Gli investimenti,

pur mostrando qualche segno di recupero nel primo trimestre di quest’anno, sono

condizionati dalla ripresa della domanda estera.

1993 1998 1999 2000 2001 2002

UE 15,2 14,8 15,4 13,7 14,6 13,1

Italia 2,6 1,6 1,6 1,4 1,6 1,5

Francia 1,6 2,3 2,3 1,8 1,7 1,4

Germania 5,8 5,0 5,0 4,6 5,6 5,6

Regno Unito 1,6 1,4 1,8 1,6 1,5 1,1

Stati Uniti 10,3 12,1 11,8 9,9 10,8 9,2

Asia Orientale 44,4 47 46,6 46,1 44,4 47,3

Giappone 22,5 20,2 20,4 18,5 17,6 18,1

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

7

Le previsioni per il 2003

Sulla base di queste prime e parziali indicazioni è prematuro affermare che sia

iniziata una nuova fase di sviluppo duraturo dell’economia mondiale; anzi, emergono

segnali di deflazione in alcune aree.

Vi sono, tuttavia, motivi per ritenere che l’economia mondiale si andrà

rafforzando progressivamente già nella seconda metà dell’anno, sostenuta dalla

graduale accelerazione dell’attività economica negli Stati Uniti.

Secondo tale scenario, che raccoglie oggi importanti consensi, i paesi

industrializzati registreranno un’espansione dell’attività economica pari all’1,7 per

cento, non diversa dai risultati dell’anno precedente. La crescita attesa per gli Stati Uniti

è pari al 2,2 per cento, per effetto di una dinamica congiunturale dello 0,8 per cento nel

primo semestre e dell’1,4 per cento nel secondo. L’aumento atteso del PIL è invece

meno marcato, sia nell’area dell’euro (0,8 per cento, in linea con il risultato dell’anno

precedente), sia in Giappone (0,5 per cento).

Tavola I.1 - Variabili internazionali rilevanti per l’Italia

(variazioni percentuali)

Fonte: Elaborazioni e stime su dati OCSE, FMI, Commissione Europea e statistiche nazionali

Il commercio mondiale, riflettendo l’accelerazione della produzione nella seconda

metà del 2003, è previsto aumentare in media del 5 per cento, ad un tasso superiore

rispetto all’anno precedente (3,2 per cento) ma ancora inferiore al trend storico. Sul

totale delle esportazioni, si espandono le quote degli Stati Uniti e dei paesi la cui valuta

è legata al dollaro, in particolare la Cina.

I prezzi espressi in euro delle materie prime non energetiche e dei manufatti

caleranno per effetto dell’apprezzamento del tasso di cambio nominale della valuta

europea (stimato, in media d’anno, di poco superiore al 20 per cento).

2001 2002 2003

P IL

- PAESI INDU STR IALIZZATI 0,8 1,7 1,7

- USA 0, 3 2,4 2,2

- G IAPPONE 0,4 0,3 0,5

- U.E. (15 pa esi) 1,5 1,0 1,0

- UEM (12 pa esi) 1,4 0,8 0,8

- FR ANC IA 1,8 1,2 1,0

- GERMA NIA 0,6 0,2 0,3

- REG NO UN ITO 2,0 1,8 2,0

- S PAG NA 2,7 2,0 1,8

- MO NDO escluso UE 2,4 3,3 3,5

- MO NDO 2,3 3,0 3,1

C OMMER C IO MON DIALE -0,1 3,2 5,0

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

8

Figura I.3 - Cambio dollaro-euro

Fonte:BCE.

Nei prossimi mesi il prezzo del petrolio dovrebbe oscillare intorno alle quotazioni

attuali, circa 25 dollari a barile, le quali rappresentano il valore centrale della

“forchetta” fissata dall’OPEC. In media d’anno, il prezzo si assesterebbe sui 26 dollari,

tenuto conto delle elevate quotazioni raggiunte nei primi mesi dell’anno.

Tavola I. 2 – Prezzi internazionali

(variazioni percentuali)

Fonte: Elaborazioni e stime su dati OCSE, FMI, Commissione Europea

Il tasso di inflazione è previsto in discesa ma, coerentemente con l’ipotesi di

politiche economiche orientate in senso espansivo ed in presenza di uno scenario di

ripresa graduale dell’attività economica, il pericolo di deflazione generalizzata appare

non significativo, in particolare distinguendo la riduzione dei prezzi legata alla

2001 2002 2003

- PET RO LIO c if (d olla ri/b ar ile ) 23,6 24,0 2 6 ,2

( eu ro /ba rile ) 26,3 25,4 2 2 ,8

- A LT RE M AT ERI E PRIM E

- in d olla ri -8,0 -1 ,4 9 ,4

- in eur o -5,1 -6 ,6 -1 0 ,1

- M AN U FA T TI

- in v alu te na z ion ali 1,1 -1 ,3 -0 ,5

- in e ur o ( pe r l'Ita lia ) 0,7 -3 ,1 -7 ,0

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

9

debolezza della domanda (Giappone e Germania) da quella dovuta ad aumenti della

produttività (Stati Uniti).

Figura I. 4– Tassi medi di inflazione

Fonte: FMI; Indice dei prezzi al consumo

DEFLAZIONE: ASPETTI TEORICI E RISCHI NELL’ATTUALE

CONGIUNTURA

A livello teorico, si definisce “deflazione” il costante declino osservato in un

indice aggregato che misura i prezzi, quale quello dei prezzi al consumo o il deflatore

del PIL. Una riduzione dei prezzi per uno o due trimestri consecutivi, pur se

tecnicamente costituisce una deflazione, non è motivo di preoccupazione. Tuttavia,

anche una lieve, ma costante, deflazione può avere conseguenze sfavorevoli: aumenta

l’incertezza economica, svia una corretta allocazione delle risorse, comporta effetti a

livello distributivo, aggrava il peso del debito e riduce il tasso di crescita.

Sia lo shock da domanda che quello da offerta possono portare alla deflazione.

Nel primo caso alla discesa dei prezzi è probabile che si accompagni la caduta della

domanda di beni e servizi, mentre nel secondo caso potrebbe verificarsi un aumento

della produzione. Ciononostante, la deflazione è raramente benigna. A prescindere

dall’origine dello shock, essa, infatti, conduce ad una redistribuzione del reddito dai

debitori ai creditori e a distorsioni nel processo di intermediazione creditizia.

Inoltre, visto che il tasso di interesse non può scendere sotto lo zero, l’efficacia

della politica monetaria diviene limitata, particolarmente quando la produzione è in

declino. Una persistente deflazione rischia di trasformarsi in una spirale deflazionistica

di caduta dei prezzi, della produzione, dei profitti e dell’occupazione.

Qualche rischio che l’attuale situazione di basse pressioni inflazionistiche

degeneri in una spirale deflazionistica, con conseguenze negative per crescita e

occupazione, permane in alcune economie. In Germania ed in Giappone, ad esempio, la

debolezza della domanda interna si associa ad un marcato declino delle quotazioni

0

1

2

3

4

5

6

7

8

9

10

11

1970-79 1980-89 1990-99 2000-03

Paesi industrializzati Economie in via di sviluppo

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

10

azionarie cui si somma anche, diversamente dalla maggior parte degli altri paesi, una

riduzione di valore degli immobili. Inoltre, entrambi i paesi fronteggiano una situazione

di fragilità del sistema creditizio che potrebbe amplificare gli effetti della congiuntura

negativa attraverso fenomeni di contrazione dell’offerta di credito (credit crunch) e un

inasprimento delle condizioni dei finanziamenti. Infine, sia in Germania sia in

Giappone, le leve a disposizione delle autorità di politica economica per sostenere la

domanda interna sono limitate. In Giappone, il debito pubblico ha raggiunto livelli

elevati e la politica monetaria ha perso efficacia trovandosi, con tassi di interesse

nominali prossimi allo zero, in quella che è nota come trappola della liquidità. In

Germania, la flessibilità delle politiche economiche è ancora più limitata, essendo il

deficit pubblico a livelli superiori al 3 per cento nel 2002 e non disponendo degli

strumenti del tasso di interesse e del cambio.

Figura 1 – Output gap e deflatore del PIL: Giappone e Germania

Fonte: Elaborazioni e stime su dati OCSE

Nelle altre principali economie, invece, i rischi di deflazione appaiono limitati

dalle migliori prospettive di tenuta della domanda interna sulla quale agiscono la

maggiore robustezza del sistema bancario e la crescita del valore del patrimonio

immobiliare, che compensa in parte gli effetti della riduzione della r icchezza azionaria.

Negli Stati Uniti, in particolare, i consumi hanno continuato a crescere e la riduzione

dell’inflazione in atto, essendo dovuta in larga parte ad aumenti di produttività

(disinflazione da offerta), non indicherebbe rischi di recessione. L’elevata crescita della

produttività permette di incrementare i salari e quindi sostenere i consumi e il reddito;

lo stimolo alla domanda interna attuato attraverso l’adozione di politiche fiscali e

monetarie efficacemente espansive contribuisce, infine, a limitare ulteriormente tali

rischi.

GIAPPONE

-3

-2

-1

0

1

2

3

1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003

Output gap Deflator e del PIL

GERMANIA

-3

-2

-1

0

1

2

3

1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003

Out put gap Def latore del PIL

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

11

Figura 2 - Output gap e deflatore del PIL: USA

Fonte: Elaborazioni e stime su dati OCSE

I.2 Le prospettive di medio termine

Nella fase di elevata incertezza che si è aperta dopo l’11 settembre del 2001,

formulare previsioni economiche è diventato un esercizio ancora più difficile e

rischioso, come mostrano le drastiche revisioni nelle stime della crescita effettuate dai

principali centri di ricerca e organizzazioni internazionali negli ultimi trimestri. Con un

limitato grado di prudenza si può, tuttavia, ipotizzare una ripresa dell’espansione

dell’attività economica nella parte finale dell’anno in corso che si andrebbe

consolidando negli anni successivi. Trainata dagli Stati Uniti, essa consentirà un

progressivo restringimento dell’output gap in tutti i paesi europei e delle principali aree

del mondo. Si prevede che le principali economie, una volta superate le attuali

difficoltà, tornino a tassi di crescita in linea con il trend di lungo periodo.

USA

-3

-2

-1

0

1

2

3

1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003

Output gap Deflatore del PIL

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

12

Tavola I.3 – Variabili internazionali rilevanti per l’Italia (variazioni percentuali medie annue)

Fonte: Elaborazioni e stime su dati OCSE, FMI, Commissione Europea e statistiche nazionali

La crescita dei paesi industrializzati è prevista accelerare al 2,7 per cento nel 2004

e rimanere all’incirca su tali tassi nel triennio seguente. L’aumento del PIL dovrebbe

risultare maggiore negli Stati Uniti (intorno al 3,5 per cento sin dal 2004), più moderato

in Giappone (1,2 per cento circa nel periodo 2004-2007); nell’area dell’euro, il tasso di

sviluppo raggiungerebbe il 2 per cento nel 2004 e il 2,2 per cento negli anni successivi.

Lo scenario previsivo di medio termine sconta, come già ricordato, l’ipotesi di una

sostanziale invarianza della capacità di crescita delle singole economie rispetto a quella

espressa, in media, nell’ultimo decennio. L’espansione negli Stati Uniti nel periodo

2004-2007, seppure sostenuta, rimane inferiore a quella sperimentata nella seconda

metà degli anni novanta. Un andamento dei mercati azionari più cauto, gli effetti di una

legislazione più severa in tema di contabilità societaria, la necessità di ridurre il livello

di indebitamento da parte di famiglie e imprese, determinano una crescita più moderata

della domanda interna. Tali dinamiche sono compatibili con una graduale correzione dei

twin deficits”, del bilancio pubblico e della bilancia dei pagamenti corrente. In

Giappone, la crescita risulta frenata dal previsto ridimensionamento - rispetto alla

tendenza degli ultimi venti anni - della crescita delle importazioni delle economie

asiatiche (che rappresentano un importante mercato di sbocco delle esportazioni

giapponesi). Per quanto riguarda l’Unione Monetaria, le difficoltà strutturali della

Germania si riflettono sull’intera area, riducendo le potenzialità di crescita nell’intero

periodo di previsione.

Il commercio mondiale, riflettendo il rafforzamento della crescita dell’attività

economica, è previsto tornare ad aumentare a tassi sostenuti sia nel 2004, quando il

volume degli scambi potrà raggiungere l’8,5 per cento, sia, seppure con una dinamica

media 91-00 media 96-00 media 01-03 2004 2005 2006 2007

PIL

- PAESI INDUSTRIALIZZATI 2,7 3,2 1,4 2,7 2,9 2,8 2,8

- USA 3,2 4,0 1,6 3,6 3,5 3,4 3,4

- GIAPPONE 1,4 1,4 0,4 1,0 1,2 1,3 1,3

- U.E. (15 paesi) 2,2 2,7 1,2 2,0 2,4 2,3 2,3

- UEM (12 paesi) 2,1 2,6 1,0 1,9 2,3 2,2 2,2

- FRANCIA 1,9 2,8 1,3 2,0 2,5 2,3 2,3

- GERMANIA 1,9 1,8 0,4 1,5 2,0 1,9 1,8

- REGNO UNITO 2,3 2,9 1,9 2,5 2,6 2,6 2,6

- SPAGNA 2,7 3,8 2,2 2,6 3,2 3,0 3,0

- MONDO 3,3 3,9 2,8 4,0 4,2 4,1 4,1

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

13

più moderata, nel triennio successivo, con un aumento compreso tra il 7,5 e l’8 per

cento.

Si ipotizza, dopo un ulteriore ma molto limitato deprezzamento del dollaro nel

prossimo anno, che a partire dal 2005 i tassi di cambio delle principali valute oscillino

sostanzialmente sui livelli medi del 2004. L’euro, quindi, è stimato stabilizzarsi nel

periodo di previsione su un valore pari a 1,17 dollari, venendo così meno i fattori

depressivi sulla crescita derivanti dalla perdita di competitività di prezzo subita dalle

esportazioni. Il prezzo del petrolio dovrebbe rimanere intorno a 25 dollari a barile per

tutto l’orizzonte previsivo (all’interno della forchetta OPEC).

I prezzi di manufatti e delle materie prime non petrolifere sono previsti aumentare

moderatamente, coerentemente con l’andamento della domanda mondiale.

Tavola I. 4 - Prezzi internazionali (variazioni percentuali)

Fonte: Elaborazioni e stime su dati OCSE, FMI, Commissione Europea

Nel medio periodo, le pressioni inflazionistiche risultano ridotte in tutte le aree,

proseguendo il trend discendente in atto nell’ultimo decennio. Nei paesi industrializzati,

solo in Giappone si manifesta un fenomeno di contrazione dei prezzi. Nel complesso

dell’area dell’euro non sembrano sussistere rischi di deflazione.

Il consiglio direttivo della BCE lo scorso 8 maggio in occasione del riesame della

strategia della politica monetaria ha rimodulato il proprio orientamento ponendo come

obiettivo il perseguimento di un inflazione su livelli prossimi al 2 per cento.

La ripresa dell’economia mondiale dovrebbe consentire alla Germania di evitare

una prolungata contrazione dei prezzi; in effetti il tasso di inflazione medio nel periodo

2004-2007 dovrebbe essere dello 0,8 per cento.

2004 2005 2006 2007

- PETROLIO cif (dollari/barile) 25,0 25,0 25,0 25,0

(euro/barile) 21,3 21,3 21,3 21,3

- ALTRE MATERIE PRIME

- in dollari 4,0 1,5 1,5 1,5

- in euro 1,9 1,5 1,5 1,5

- MANUFATTI

- in valute nazionali 3,1 1,0 1,2 1,2

- in euro (per l'Italia) 2,3 1,0 1,2 1,2

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

14

Tavola I. 5 - Tassi medi annui di inflazione

* Deflatore dei consumi privati

Fonte: Elaborazioni e stime su dati OCSE

I principali elementi di rischio presenti nello scenario delineato riguardano

potenziali effetti depressivi sulla crescita. Essi potrebbero derivare da un aumento della

propensione al risparmio delle famiglie al fine di ricostituire lo stock di ricchezza, che

sarebbe più marcato nel caso di sgonfiamento dei prezzi dei beni immobiliari. Un

ulteriore effetto di riduzione della propensione alla spesa del settore privato americano è

rappresentato dal tendenziale deterioramento dei conti pubblici. Se, infine, la crescita

dell’economia americana non venisse seguita da una sufficiente ripresa nelle altre

principali economie, lo squilibrio della bilancia dei pagamenti corrente statunitense

potrebbe ampliarsi e la sua correzione richiedere una riduzione della domanda interna,

con il propagarsi degli effetti restrittivi a livello internazionale. Viceversa, se la crescita

delle altre economie risultasse troppo sostenuta, le difficoltà di una rapida reversibilità

delle misure fiscali espansive potrebbero tradursi in rischi di surriscaldamento

dell’economia americana.

1991-00 1996-00 2001-03 2004-07

- PAESI INDUSTRIALIZZATI 4,3 3,5 2,3 1,3

- USA 2,3 1,8 1,8 1,2

- GIAPPONE 0,4 -0,2 -1,5 -1,6

- AREA EURO 2,9 1,8 2,1 1,6

- GERMANIA 2,3 1,3 1,4 0,8

- FRANCIA 1,8 1,1 1,4 1,4

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

15

FATTORI GEO-POLITICI E SCENARIO INTERNAZIONALE

La fase congiunturale che abbiamo attraversato non può essere considerata come

il ripetersi di una normale fase ciclica, come quelle che avvengono periodicamente

nelle economie di mercato. Fattori eccezionali di natura geo-politica condizionano

pesantemente le aspettative degli operatori e determinano un andamento congiunturale

difficilmente prevedibile. Eventi specifici, quali l’11 settembre, la guerra in

Afghanistan, quella in Iraq, dovrebbero avere effetti di natura solamente transitoria

sull’economia. E’ però evidente che proprio la successione continua di eventi sopra

menzionata si presta anche ad una chiave di lettura diversa. Il fatto che si succedano

ripetuti episodi di instabilità politica potrebbe essere assunto nello scenario di medio

termine come un fattore sistematico in grado di incidere in modo permanente sui tassi e

sui ritmi di investimento. Nello scenario politico internazionale restano tensioni in

diverse aree geografiche, in particolare nel Medio Oriente. Una evoluzione degli eventi

nella direzione indicata condurrebbe a delineare uno scenario in cui i rischi sistemici

tendono a prevalere. Nell’ipotesi in cui il consolidarsi di questi episodi si trasferisca in

un incremento strutturale dell’incertezza, occorre valutare il modo in cui le scelte degli

individui possano essere alterate. Da un lato, infatti, la minor fiducia posta nel futuro

può essere fonte di maggior risparmio privato e, non necessariamente, sortire effetti

avversi nel medio periodo per il ciclo economico. Dall’altro, però, una maggiore

avversione al rischio potrebbe incidere sull’allocazione delle risorse. In particolare,

progetti d’investimento con ricavi attesi elevati, ma caratterizzati da più alto rischio e

con rendimenti posticipati nel futuro, avrebbero difficoltà ad essere finanziati,

limitando la capacità espansiva del sistema economico in aggregato. Inoltre, il

persistere di una bassa propensione al consumo, riducendo le prospettive di domanda,

avrebbe comunque un effetto sfavorevole sulla dinamica degli investimenti delle

imprese.

Se sul fronte interno gli effetti di una recrudescenza delle tensioni geopolitiche

sarebbero avversi (rinvio dei consumi, stagnazione degli investimenti), non migliore è

la prospettiva sul fronte esterno. Fenomeni d’introversione degli scambi potrebbero

sensibilmente attenuare le dinamiche future del commercio mondiale, influendo

significativamente sulle economie maggiormente dipendenti dalla domanda estera,

ovvero quelle dei paesi emergenti, ma non solo. Infine, non si può escludere che la

localizzazione delle maggiori tensioni politiche nel Medio Oriente non conduca a

sensibili rialzi della quotazioni del greggio, nonostante la contestuale dinamica

stagnante della domanda.

Sebbene sia di difficile quantificazione la durata e l’intensità con cui questo

quadro potrebbe prodursi, la fiducia degli operatori riveste un ruolo di fondamentale

importanza nei sistemi economici moderni, caratterizzati da un elevato grado di

“finanziarizzazione” e, quindi, di sensibilità ai comportamenti. Il miglioramento delle

condizioni di stabilità politica internazionale potrà contribuire a ripristinare la fiducia

degli operatori, come è già accaduto in modo parziale.

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

16

I.3 Il processo di allargamento dell’Unione Europea

Lo scorso 16 aprile, ad Atene, i 15 membri dell’UE e 10 paesi in via di adesione

(Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica

Slovacca, Slovenia e Ungheria) hanno siglato il Trattato di Adesione, che dovrà essere

ratificato per mezzo di referendum popolari, già tenutisi con esito positivo in diversi

paesi. La ratifica del Trattato implica che, dal 1 maggio 2004, questi dieci paesi

entreranno a far parte dell’UE al fianco degli attuali membri con gli stessi obblighi e gli

stessi diritti.

La Comunità Economica Europea, che originariamente contava sei membri

(Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi), si è “allargata” in ben

quattro occasioni e conta oggi 15 paesi, tra le più avanzate economie dell’Europa

occidentale. L’allargamento verso est presenta caratteristiche peculiari e pone sfide

nuove: è significativo per il numero di paesi coinvolti - in termini assoluti è il più

grande allargamento in termini di popolazione e il secondo per superficie - anche se il

peso economico dei paesi in via di adesione è relativamente modesto. L’allargamento in

corso ridisegna radicalmente i confini dell’UE e introduce un importante elemento di

diversità, economica e culturale: in termini di PIL pro-capite, i paesi in via di adesione

sono, infatti, notevolmente più poveri degli attuali membri dell’UE, con forti divari

interni e una tendenza a strutture istituzionali centralizzate. A eccezione di Cipro e di

Malta, si tratta di paesi appartenenti all’ex blocco sovietico che stanno completando il

processo di transizione da sistemi economici pianificati a economie di mercato. Infine,

le caratteristiche istituzionali dell’UE sono molto cambiate: l’attuale (quinta) fase di

allargamento, a differenza delle precedenti, si colloca nel contesto di un’Europa che,

oltre alla cooperazione economica e tecnica, ha già intrapreso la via di una stretta

cooperazione in molteplici settori quali la politica sociale, l’occupazione, la giustizia, il

diritto di asilo e di immigrazione, la politica estera, la sicurezza e la difesa.

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

17

Tavola I.6 – Le fasi di allargamento dell’Unione Europea

Fonte: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Commissione Europea.

(*) miliardi di dollari

Nel 2002, l’attività economica nei paesi in via di adesione si è mantenuta

relativamente robusta, nonostante il rallentamento globale: la crescita media del PIL è

stata pari al 2,4 per cento; si sono registrati ulteriori progressi nel processo di

disinflazione in tutti i paesi dell’area. Anche per il 2003 le previsioni di crescita sono

positive (3,1 per cento), grazie alla buona tenuta della domanda interna e alla ripresa

delle esportazioni.1

1Dal punto di vista della specializzazione internazionale, il processo di transizione ha comportato un riorientamento

delle esportazioni e delle importazioni di questi paesi. Da esport atori netti di materie prime

e beni ad alta intensità di capitale, gran parte di questi paesi sono divenuti esportatori netti di beni ad alta

intensità di lavoro. Anche il modello geografi co di specializzazione è mutato: fino alla fine degli anni

ottanta il commercio era principalmente indiri zzato verso est, adesso Germani a e Italia sono i principali

partner commerciali.

P opolazione Area PIL

(mili oni) (mig lia ia di Km ) 2 (bas ato sulla PPA,

in mili oni di d oll ari)

Allargamento

da 6 a 9 (Danimarca, Irla nda e Reg no

Can didati 6 4,3 358,2 2 67,9

EU-6 209,4 1279 ,8 8 54,3

Can didati /EU-6

( )

3 0,7 28 31,4

Allargamento

da 9 a 1 0 (Grecia)

Can didati 9,7 1 31,9 55

EU-9 278,5 1638 2521 ,3

Can didati /EU-9 3,5 8 ,1 2 ,2

Allargamento

da 10 a 12 (Portogal lo e Spag na)

Can didati 48,5 5 97,1 4 03,2

EU-10 290 1769,9 3497 ,4

Can didati /EU-10 16,7 33,7 11,5

Allargamento

da 12 a 15 (Austri a, Finla ndia e Svezi a)

Can didati 22 8 70,9 4 43,7

EU-12 350 2367 ,1 6780 ,5

Can didati /EU-12 (%) 6,3 36, 8 6 ,5

Allargamento 200 4:

da 15 a 25 (Cipro, E stoni a, L ettoni a, L itua nia ,

Pol oni a, Repubbli ca Ceca, S lov acchia,

Ungheria)

2001 200 2

Can didati 7 4,8 738,1 8 65,5

EU-15 373,3 3238 7925

Can didati /EU-15 20 22,8 10,9

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

18

Tavola I.7 - Paesi in via di adesione all’UE: principali indicatori economici

Fonti: Bloomberg, Commissione Europea e Eurostat

In questo contesto, il principale elemento di vulnerabilità è rappresentato

dall’evoluzione dei conti pubblici di questi paesi. La spesa pubblica è prevista in

aumento nei prossimi anni, per far fronte al finanziamento del processo di

modernizzazione di queste economie, agli investimenti in capitale fisico e umano, al

miglioramento degli standard ambientali, nonché alle spese connesse

all’invecchiamento della popolazione, proprio nella fase in cui la disciplina fiscale

dettata dalla transizione all’Unione monetaria diventerà più stringente per i paesi che

intendono adottare l’euro al più presto. Inoltre, molti fra i paesi in via di adesione hanno

registrato significativi disavanzi nei conti con l’estero, quasi interamente finanziati da

2002 2003 2004 2002 2003 2004

Cipro 2 2 3,8 -5,3 -4,3 -3,5

Estonia 5,6 4,9 5,1 -12,3 -10,3 -7,5

Lettonia 6,1 5,5 6 -7,8 -8,5 -8,6

Lituania 5,9 4,5 5 -4,4 -3 -2,6

Malta 3 3,1 3,7 -4,7 -4,9 -4,2

Polonia 1,3 2,5 3,7 -3,6 -4,2 -4,3

Rep Ceca 2 2,8 3,9 -3,1 -4,1 -2,4

Rep Slov 4,4 3,7 4,5 -8,2 -6,9 -6,2

Slovenia 3 3,4 3,7 1,8 1,4 1,3

Ungheria 3,3 3,7 4,1 -4,1 -4,4 -3,7

2002 2003 2004 2002 2003 2004 2002 2003 2004

Cipro 2,8 4,3 2,2 -3,5 -4 -3,5 55,6 53,9 52,4

Estonia 3,6 3,5 4 1,3 -0,5 -0,6 5,8 3,7 3,7

Lettonia 1,9 2,5 3 -2,5 -2,9 -2,6 15,2 18,2 19,6

Lituania 0,3 1 2,5 -1,8 -1,9 -2 22,7 24,1 24,2

Malta 2,2 2,7 2,4 -6,1 -5,2 -4,1 66,4 65,3 63,4

Polonia 1,9 1,1 2,3 -4.2 -4,2 -4 41,8 44,7 44,9

Rep Ceca 1,4 1,5 2,8 -6,5 -6,3 -5,9 27,1 27,8 31,3

Rep Slov 3,3 8,8 7,4 -7,7 -5,3 -3,8 42,6 39,6 39,4

Slovenia 7,5 6 5,5 -1,8 -1,5 -1,2 28,3 26,1 25,2

Ungheria 5,3 5 4,5 -9,1 -4,9 -3,7 56,1 55 53

4,92

3,35 (5 anni)

6,34

5,67 (gen)

5,48

5,64

3,41

feb-03

4,83 (gen)

5,20 (5 anni)

4,99

Debito pubblico

(% del PIL)

Tassi di interesse

(rendimenti di t itol i

governativi a 10 anni)

55,1 5,8

Inflazione

(tasso di crescita

annuale dei prezzi al

Saldo di bilancio

(% del PIL)

48,2 18,5

72,6 6,4

40,5 20

59,2 7,3

39,6 16,9

55 (1999) 6,9

40,3 10,3

34,9 12,3

2002 2002

74 3,3

Saldo delle Partite Correnti

(% del PIL)

Disoccupazione

(% del la forz a lavoro)

PIL

(tasso di crescita annuale)

PIL pro capite

(basato su SPA,

% del la media UE)

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

19

notevoli investimenti diretti dall’estero.2 Anche nello scorso biennio, nonostante la

caduta degli investimenti diretti a livello mondiale, gli investimenti verso i paesi in via

di adesione sono aumentati, raggiungendo circa 29 miliardi di dollari nel 2002.3

L’allargamento dell’UE, al di là della portata politica dell’evento, offre importanti

vantaggi di natura economica: si stima che l’allargamento possa avere un impatto

positivo sulla crescita, sia per i paesi dell’UE, sia per i paesi candidati4, grazie al

migliore sfruttamento delle economie di scala e dei vantaggi comparati.5 Analisi

esistenti mostrano che per l’UE, e per l’Italia in particolare, il commercio effettivo è

minore del commercio potenziale con molti dei paesi in via di adesione, indicando che

la piena integrazione dei mercati dei beni potrà portare a creazione di commercio6.

D’altra parte, potrebbero esserci alcuni effetti negativi: un aumento della

concorrenza, soprattutto per le imprese dei paesi UE che producono beni tradizionali ad

elevata intensità di lavoro; un riorientamento degli investimenti diretti esteri (IDE) già

programmati verso alcune regioni dell’UE; cambiamenti nella politica di intervento e di

bilancio dell’UE, in particolare, a causa della dimensione elevata del settore agricolo e

del basso livello di reddito pro-capite7 di questi paesi.

2Fra il 1995 e il 2000, gli investimenti diretti hanno finanziato da un minimo del 54 per cento (1996) a un

massimo dell’80 per cento (1998) dei disavanzi commerciali dei paesi in via di adesione, aumentando

complessivamente del 142 per cento.

3La maggior parte di questi investimenti ha avuto origine nei paesi europei: Germania, Olanda, Austria,

Francia, Regno Unito e Italia.

4Ad esempio, Fritz Breuss, in Consequences of EU Enlargement for Macroeconomic Stability in

Euroland (2002), stima un impatto positivo sulla crescita di circa lo 0,5 per cento del PIL reale dell’UE-

15 e benefici molto più elevati per i paesi candidati.

5I benefici derivanti dall’allargamento possono essere distinti in benefici statici e dinamici. Avere benefici

statici dal lato della produzione vuol dire che la creazione è maggiore della diversione di commercio.

Molti studi sottolineano che tali benefi ci derivano dalla complementarietà dei sistemi produttivi dei paesi

UE e candidati. I benefici dinamici, invece, derivano dall’effetto dell’integrazione dei mercati dei fattori

produttivi sulle determinanti della crescita. Ad esempio, secondo la teoria della crescita endogena,

l’aumento della dimensione può indurre maggiore accumulazione di capitale che, a sua volta, comporta

un aumento di produttività; ciò permette di spostare le economie su sentieri di crescita più elevati

6 Recenti studi mostrano, inoltre, che per l’Italia il divario tra commercio potenzi ale ed effettivo è

maggiore che per la Germania (Bertolini e Montanari, 2002, L’Integrazione Commerciale tra l’ UE e i

PECO, Rivista di Politica Economica IX-X, Settembre-Ottobre, p. 35-53).

7Per quel che riguarda il bilancio, l’UE dal 2000 a oggi ha investito 3 miliardi di euro; secondo l’accordo

raggiunto a Copenhagen nel 2002, entro l a fine del 2006 il costo finanzi ario dovrà essere limitato a 40,8

miliardi di euro, comprese le sovvenzioni agri cole, le in frastrutture, gli aiuti a finalità regionale e i fondi

speciali. L’incidenza dell’ampliamento sul bilancio UE dopo il 2007 dipenderà dall’eventuale ri forma del

bilancio stesso.

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

20

II – L’EVOLUZIONE DELL’ECONOMIA ITALIANA

II.1 L’economia italiana nel 2003

Recenti sviluppi

Nell’ultima parte dello scorso anno l’economia italiana ha dato segnali di

recupero, sostenuta dalla ripresa dei consumi e degli investimenti. Questi ultimi,

stimolati dagli incentivi governativi, sono cresciuti, rispettivamente, del 2,3 per cento e

del 3,7 per cento, nel terzo e nel quarto trimestre, in netta controtendenza rispetto

all’esperienza degli altri paesi europei. Anche i consumi delle famiglie, per effetto dei

provvedimenti fiscali e di altre misure di supporto della domanda varate dal Governo,

hanno mostrato una decisa accelerazione nella seconda metà dell’anno. Grazie

all’insieme di tali interventi, la politica economica ha offerto un sostegno alla crescita

nel momento in cui si veniva affievolendo l’impulso della domanda estera.

Figura II.1 - Consumi ed investimenti nel 2002 - confronti europei

Fonte: Elaborazioni su dati della Commissione Europea

GLI EFFETTI SUL CICLO DI MISURE FISCALI ALTERNATIVE:

UN’ANALISI CONTROFATTUALE PER IL BIENNIO 2002-2003

Nel primo biennio di attività del nuovo governo, la politica fiscale, e più in

generale la politica economica, ha avuto il compito di coniugare diverse esigenze. Da

un lato, rispettare gli impegni assunti in sede europea per il risanamento della finanza

pubblica, evitando misure che inasprissero la pressione fiscale, dall’altro, operare

Totale Spesa delle f amiglie - 2002

(var %)

-1

-0,5

0

0,5

1

1,5

2

2,5

3

Italia Germania Francia Area euro

es clus o Italia

Totale Investimenti - 2002

(var %)

-9

-7

-5

-3

-1

1

3

I talia Germania Francia Area euro escluso

Italia

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

21

interventi di natura strutturale con l’obiettivo di aumentare il potenziale dell’economia.

Allo stesso tempo, la politica fiscale è stata chiamata a farsi carico del finanziamento di

alcune misure che, pur avendo comunque riflessi positivi sull’economia, traevano

origine principalmente da esigenze di carattere sociale e di equità. A fare da sfondo

all’azione della politica economica negli ultimi due anni è stato un andamento del ciclo

economico internazionale estremamente sfavorevole. All’indomani della pubblicazione

del primo DPEF del nuovo governo (luglio 2001), che rispecchiava prospettive,

largamente condivise, di una crescita sostenuta per gli anni 2002 e seguenti, è

subentrato un improvviso peggioramento della congiuntura. Tuttora la ripresa si

manifesta più lenta ed incerta del previsto. In questo contesto, il compito di portare

avanti le linee di azione in precedenza illustrate si è rivelato estremamente arduo. La

caduta del tasso di crescita dell’economia rispetto al suo livello potenziale ha

comportato rilevanti perdite in termini di gettito fiscale. Al contempo, il sussistere di

condizioni di debolezza della domanda aggregata ha reso opportuna l’adozione di

misure di stimolo alla ripresa dell’economia, con conseguente aggravio per il bilancio

pubblico. In una prospettiva di progressivo avvicinamento verso un saldo di bilancio in

pareggio, una fase ciclica sfavorevole – in assenza di interventi di contrasto – può

determinare scostamenti dal sentiero di aggiustamento programmato. D’altra parte,

misure di contenimento del deficit corrono il rischio di avere effetti pro-ciclici,

deteriorando ulteriormente la situazione economica. Gli interventi di politica

economica varati negli ultimi due anni hanno avuto l’obiettivo di contemperare le

contrapposte esigenze.

Tramite un’analisi controfattuale per il biennio 2002-2003, si sono stimati gli

effetti sul ciclo economico di provvedimenti di bilancio “tradizionali” e alternativi alle

misure in conto capitale varate dal governo. Queste ultime hanno riguardato la

dismissione di beni immobili tramite operazioni di cartolarizzazione, il rientro di

capitali dall’estero e, con riferimento al 2003, il condono fiscale. Le cartolarizzazioni

hanno portato, nel 2002, ad un aumento del gettito pari a 8,8 miliardi di euro (la cifra

preventivata era di 7,75 miliardi); nel 2003 valutazioni provvisorie indicano un incasso

di 3,5 miliardi di euro. Il rientro dei capitali dall’estero, che nel 2002 ha generato

entrate aggiuntive nell’ordine di 1 miliardo di euro, per il 2003 dovrebbe fruttare

all’erario circa 2 miliardi. Le maggiori entrate legate ai concordati e ai condoni, al

varo del provvedimento, sono state valutate in misura pari a 5,9 miliardi di euro. Lo

scenario base della simulazione incorpora la politica fiscale effettivamente adottata dal

governo e riproduce – per il 2002 – l’andamento storico dell’economia e – per il 2003

– il profilo di crescita attualmente previsto. Utilizzando il modello econometrico del

Dipartimento del Tesoro, si è provveduto a simulare l’andamento dell’economia

sostituendo alle entrate in conto capitale altre misure che, invece, danno luogo a

riduzione del reddito disponibile delle famiglie (maggiori imposte in conto corrente). Le

misure alternative, pur avendo – ex ante – lo stesso impatto sul bilancio pubblico delle

misure effettivamente adottate, provocano un effetto restrittivo maggiore sul ciclo.

Tavola 1 - Impatto delle misure alternative sul ciclo, scostamento del tasso di crescita rispetto al

valore “base”

L’adozione di queste ipotetiche misure avrebbe ridotto la crescita del PIL di 0,31

punti nel 2002 e di 0,24 nel 2003. Alla fine del biennio, il livello del PIL sarebbe

2002 2003 2002 2003 2002 2003

-0,31 -0,24 -0,62 -0,97 -0,21 -0,56

PIL Consumi Investimenti

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

22

inferiore di 0,55 punti rispetto a quello stimato nelle ultime previsioni. Le misure in

conto capitale adottate hanno pertanto consentito il contenimento del deficit

minimizzando l’impatto sul ciclo economico. Il diverso comportamento dell’economia

può essere spiegato con i diversi canali di trasmissione della politica fiscale attivati

dalle due simulazioni. Le cartolarizzazioni, in una prima fase, comportano un

passaggio di fondi da una società veicolo, che si procura i fondi sul mercato dei

capitali, allo Stato: l’impatto di tale operazione sull’economia è inizialmente nullo.

Infatti, la maggiore domanda di fondi da parte della società veicolo è compensata da

una minore domanda da parte dello Stato (che ha visto ridotta di un eguale ammontare

la propria necessità di finanziarsi sul mercato). Ne consegue che i tassi d’interesse non

variano. Nel tempo, con il graduale passaggio del patrimonio immobiliare ai privati, si

assiste ad una riduzione della ricchezza finanziaria delle famiglie compensata da un

aumento di pari ammontare della ricchezza immobiliare. Quest’ultimo effetto ha

iniziato ad operare nel 2003, ma l’entità è ancora irrilevante dal punto di vista della

simulazione. Nei conti pubblici, gli importi relativi alle cartolarizzazioni sono inseriti a

riduzione delle spese per gli investimenti pubblici. Misure quali condoni, concordati e

rientro dei capitali, contabilmente si configurano come imposte in conto capitale e, in

quanto tali, comportano una riduzione dell’accumulo di ricchezza finanziaria degli

agenti economici. Un minore livello di ricchezza finanziaria agisce sui consumi privati

e, tramite questi, sul PIL. La parte dell’imposta che grava sulle imprese può essere

assimilata ad una riduzione dei profitti netti, con conseguenti effetti sugli investimenti.

Per contro, le misure alternative introdotte nella simulazione controfattuale

comportano, in via diretta, una riduzione del reddito disponibile. Nel breve periodo ne

risulta una dinamica dei consumi – e quindi del PIL – inferiore rispetto alla

simulazione base. Peraltro, alla crescita più bassa dello scenario controfattuale non si

accompagna una riduzione del tasso di inflazione. Ciò è dovuto all’accresciuto livello

della pressione fiscale sui redditi da lavoro.

Queste tendenze positive si sono arrestate agli inizi del 2003, in parte a causa

dell’ulteriore indebolimento della congiuntura internazionale. Nel primo trimestre, il

PIL è diminuito dello 0,1 per cento rispetto al trimestre precedente. In particolare, gli

investimenti complessivi hanno registrato una flessione (5 per cento), mentre

l’andamento dei consumi delle famiglie è risultato sostanzialmente piatto. Anche la

produzione industriale si è ridotta nei primi mesi dell’anno e le indagini congiunturali

hanno segnato un netto peggioramento dovuto al ridimensionamento delle decisioni di

spesa e al rinvio dei piani di investimento. I dati più recenti sull’andamento della

produzione industriale indicano un recupero nel secondo trimestre, possibile preludio di

una ripresa a partire dalla seconda parte dell’anno.

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

23

Le previsioni per il 2003

Tenuto conto delle tendenze in atto e dell’eredità positiva del 2002 (il

trascinamento è pari a 0,4 punti percentuali), si stima che il PIL aumenti, in media nel

2003, dello 0,8 per cento, un valore in linea con quello atteso per l’area dell’euro.

Tavola II.1 - Contributi alla crescita del PIL

(variazioni percentuali)

(a) Variazioni percentuali sull'anno precedente

(b) Valori percentuali

La crescita del PIL sarà sostenuta dalla domanda interna. Le difficoltà dei nostri

principali partner commerciali (della Germania, in particolare), unitamente alla perdita

di competitività dovuta all’apprezzamento dell’euro, condizioneranno la ripresa delle

esportazioni nei prossimi mesi. Il settore estero darà un apporto negativo alla crescita,

seppur in misura inferiore rispetto al 2002 (0,5 per cento rispetto a 0,7 per cento del

2002); il contributo delle scorte sarebbe lievemente positivo.

La spesa delle famiglie è prevista aumentare dell’1,2 per cento, rispetto allo 0,4

per cento dell’anno precedente. I consumi dovrebbero beneficiare, oltre che del

miglioramento del clima di fiducia, dell’incremento del reddito disponibile, legato ai

rinnovi contrattuali, e del progressivo riassorbimento delle pressioni inflazionistiche.

La propensione al consumo rimarrebbe sostanzialmente stabile, dopo la riduzione

registrata nei due anni precedenti, indotta dalla volontà delle famiglie di ricostituire la

ricchezza finanziaria perduta dopo il crollo dei mercati azionari.

2002 2003

PIL (a) 0,4 0,8

CONTRIBUTI ALLA CRESCITA (b)

DOMANDA FINALE 0,7 1,2

- investimenti 0,1 0,2

- spesa delle famiglie 0,3 0,7

- spesa delle P.A. e I.S.P. 0,3 0,3

SCORTE 0,4 0,1

ESPORTAZIONI NETTE -0,7 -0,5

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

24

RICCHEZZA FINANZIARIA E CONSUMI DELLE FAMIGLIE

Nonostante la recente inversione di tendenza, la contrazione delle borse mondiali,

in corso dal marzo 2000, ha ormai raggiunto dimensioni elevate. Se si prendono a

riferimento i valori di massimo e minimo raggiunti dalle quotazioni, la flessione di

borsa ha raggiunto negli Stati Uniti la durata di 139 settimane1, valore superato solo in

occasione della crisi del 1929. Non meno rilevante risulta il ridimensionamento delle

quotazioni: 40 punti percentuali, nel caso dell’indice Standard e Poor’s, 70 per cento

nel caso dell’indice tecnologico Nasdaq. Il mercato azionario italiano, ovviamente, non

si è sottratto a tale ondata ribassista e le quotazioni della serie storica dell’indice Mib

sono ritornate sui livelli di fine del 1997. Le correzioni delle quotazioni di borsa hanno

un impatto sui consumi delle famiglie attraverso l’effetto ricchezza e sugli investimenti

delle imprese attraverso le condizioni di indebitamento. Tali nessi causali sono di

particolare rilevanza negli Stati Uniti, il cui sistema finanziario è fortemente incentrato

sui mercati. Tuttavia, la riduzione del valore del portafoglio azionario delle famiglie

americane, essendo percepita come una variazione di carattere prevalentemente di

lungo periodo, non ha direttamente penalizzato i consumi; questi ultimi, viceversa, sono

stati sostenuti dagli incrementi del valore del patrimonio immobiliare.

Per quanto di dimensioni minori rispetto agli Stati uniti, anche in Europa si è

assistito, dalla fine degli anni novanta, ad una consistente ricomposizione del

portafoglio dei risparmiatori. Per quanto riguarda l’Italia, ciò si è sostanziato in un

passaggio dai titoli di Stato, in particolare, Bot e Cct verso attività direttamente o

indirettamente collegate agli andamenti dei corsi azionari. Alla fine del 1996, l’insieme

delle azioni e partecipazioni, italiane e estere, dei fondi comuni, di diritto italiano e

estero rappresentava solo il 19,4 per cento delle attività finanziarie delle famiglie; a

fine 1999 tale quota era salita fino al 44,4 per cento. Il calo dei corsi azionari, che ha

caratterizzato l’ultimo triennio, ha comportato una diminuzione del peso di tali attività

sul portafoglio finanziario delle famiglie (dal picco del 1999 al 42,6 per cento nel 2000,

al 29,9 per cento nel 2002) cui ha corrisposto una contrazione della ricchezza e della

rendita finanziarie delle famiglie (tra il quarto trimestre del 2000 e il terzo trimestre

2002 la ricchezza finanziaria è diminuita del 10 per cento, mentre la rendita finanziaria

del 65 per cento). Contestualmente alla contrazione delle borse internazionali e

europee, nel 2002, l’andamento dei consumi interni italiani ha registrato una flessione

(-0,1 per cento), particolarmente marcata nel comparto dei beni durevoli (-2,8 per

cento).

Diversi fattori incidono sulla decisione al risparmio delle famiglie: l’inflazione, le

condizioni del mercato del lavoro, il costo del credito, ecc... Tuttavia, in presenza di

una dinamica dei prezzi contenuta, di una buona tenuta dell’occupazione e del basso

costo del denaro, l’incremento della propensione al risparmi, registrata negli ultimi due

anni, potrebbe riflettere l’intento delle famiglie di ricostituire la ricchezza e la rendita

finanziaria perduta negli ultimi due anni.

1 Il riferimento è all’indice Standard e Poor’s.

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

25

Tav.1 Attività finanziarie delle famiglie(*)

(composizione percentuale)

Fonte: Banca d’Italia, Conti Finanziari delle famiglie

(*) Comprende le famiglie consumatrici, le imprese individuali fino a 5 addetti, le ISP

L’eventuale mancata quadratura delle cifre decimali è dovuta agli arrotondamenti.

Per valutare empiricamente l’effetto della caduta dei corsi azionari sui consumi

delle famiglie e sul PIL del nostro Paese è stata effettuata una simulazione

controfattuale. Alla base dell’eserciz io vi è l’imposizione di una redditività equivalente

al tasso medio sui Bot nel triennio 2000–2002 sull’andamento degli indici di borsa.

Nella struttura del modello utilizzato, le diverse ipotesi sull’andamento delle quotazioni

azionarie esercitano un impatto diretto sulla domanda di consumo, nella cui funzione di

stima entra, con valori statisticamente significativi, la ricchezza finanziaria delle

famiglie.

In base a tale simulazione, nel triennio 2000-2002, la minore crescita cumulata

della domanda interna attribuibile alla caduta dei corsi azionari è pari a 3 decimi di

punto. Effetti ritardati, seppure in progressiva riduzione, si producono ancora nel

biennio successivo.

D’altra parte, gran parte della ricchezza delle famiglie è concentrata nel mercato

immobiliare e un sostegno ai consumi potrebbe derivare dalla possibilità di convertire in

reddito parte di tale ricchezza.

1996 1999 2000 2001 2002

Attività

Biglietti e depositi a vista 17,0 14,8 14,8 15,3 17,2

di cui: depositi bancari 17,0 14,7 14,3 13,4 15,3

Altri depositi 19,7 10,0 10,1 10,6 11,4

bancari 13,6 4,2 4,0 3,9 4,0

postali 6,1 5,9 6,1 6,7 7,4

Titoli a breve termine 7,1 1,1 1,0 1,0 0,5

Titoli a medio e lungo termine 21,5 14,1 15,1 16,7 20,3

di cui: titoli pubblici 16,3 7,5 7,3 6,7 8,1

Quote di fondi comuni 5,3 17,6 16,1 13,5 12,3

Azioni e partecipazioni 12,2 22,6 20,4 18,7 14,0

Attività sull'estero 5,4 7,3 9,5 9,7 7,7

di cui: depositi 1,3 0,2 0,0 1,1 0,4

titoli a breve termine 0,1 0,0 0,0 0,0 0,0

titoli a medio e lungo temine 2,0 2,9 3,0 3,5 3,7

azioni e partecipazioni 1,5 2,9 4,2 3,6 2,6

quote di fondi comuni 0,5 1,2 1,9 1,5 1,0

Riserve per premi di assicurazione 10,5 11,5 11,9 13,9 16,0

Altre attività finanziarie 1,3 1,0 1,1 0,6 0,6

Totale attività 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

p.m. Azioni e partecipazioni, quote 19,4 44,4 42,6 37,3 29,9

di fondi comuni in i talia e all'estero

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

26

Nel 2003, la componente dei consumi pubblici è prevista ridimensionarsi per

effetto delle politiche volte al rispetto degli obiettivi di bilancio, pur a fronte del

concentrarsi, nell’anno corrente, della spesa per i rinnovi contrattuali dei dipendenti

pubblici. In termini reali, i consumi della P.A registrerebbero un tasso di crescita

inferiore a quello dell’anno precedente (dall’1,7 del 2002 all’1,4 per cento).

Gli investimenti fissi lordi, favoriti dalla ripresa della domanda e dal basso livello

dei tassi di interesse, dovrebbero segnare, nella seconda parte del 2003, un graduale

recupero.

In particolare, la componente di macchinari e attrezzature, dopo aver registrato nei

primi due trimestri una caduta, a riflesso degli anticipi di spesa effettuati alla fine del

2002 per beneficiare degli incentivi fiscali poi scaduti, crescerebbe dello 0,4 per cento

(0,6 per cento nel 2002). La componente delle costruzioni, viceversa, beneficiando del

protrarsi degli incentivi alla ristrutturazione delle abitazioni e dell’avvio del programma

delle Grandi Opere, registrerebbe una crescita dell’1,4 per cento, in accelerazione

rispetto al 2002. Nel complesso, quindi, la dinamica degli investimenti sarebbe pari allo

0,8 per cento.

Le esportazioni, in linea con il rafforzamento atteso dell’economia mondiale,

registrerebbero un recupero nella seconda parte dell’anno: la crescita si attesterebbe al

2,0 per cento (contro un calo dell’1 per cento del 2002). Anche la dinamica delle

importazioni, di riflesso alla ripresa della domanda e favorita dal perdurante guadagno

delle ragioni di scambio, mostrerebbe una forte accelerazione (dall’1,5 del 2002 al 3,7

per cento nel 2003). Il saldo corrente della bilancia dei pagamenti risulterebbe ancora

negativo, 0,6 per cento in rapporto al PIL, come nel 2002. L’attivo commerciale, pur

beneficiando delle favorevoli ragioni di scambio, risentirà ancora dell’andamento

negativo dell’interscambio reale, mantenendosi sostanzialmente in linea con il risultato

dell’anno precedente (1,4 per cento del PIL). Il deficit delle partite invisibili si

collocherebbe all’1,9 per cento; l’avanzo del settore turismo continuerebbe a ridursi.

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

27

Tavola II.2 - Conto economico risorse e impieghi a prezzi 1995

(variazioni percentuali)

(*) I dati in percentuale misurano il contributo alla crescita del PIL.

Dal lato dell’offerta, la crescita del valore aggiunto è stimata pari all’1,0 per cento

(0,6 per cento nel 2002). L’industria mostrerebbe il maggior recupero produttivo (da

una crescita piatta nel 2002 all’1,1 per cento nel 2003), trainato principalmente dal

comparto delle costruzioni che risentirebbero positivamente degli incentivi a favore

delle ristrutturazioni edilizie (2,1 per cento nel 2003 contro lo 0,5 per cento del 2002).

Nel settore dei servizi, il traino della crescita passerebbe, rispetto al 2002, dalla

componente pubblica a quella privata, riflettendo le politiche di contenimento della

spesa delle Pubbliche Amministrazioni.

2002 2003

P IL ai prezzi di mercato 0,4 0,8

Importazioni di beni e servizi 1,5 3,7

TOTALE RISORSE 0,6 1,4

Consumi finali nazionali 0,7 1,2

- spesa delle famiglie residenti 0,4 1,2

- spesa della P. A. e I.S.P 1,7 1,4

Investimenti fissi lordi 0,5 0,8

- macchinari, attrezzature e vari 0,6 0,4

- costruzioni 0,3 1,4

DOMANDA FINALE 0,7 1,2

Variazione delle scorte e oggetti di valore (*) 0,4 0,1

IMPIEGHI (incluse le scorte) 1,1 1,2

Esportazioni di beni e servizi -1,0 2,0

TOTALE IMPIEGHI 0,6 1,4

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

28

Tavola II.3 - Valore aggiunto a prezzi 1995

(variazioni percentuali)

(*) Include commercio, alberghi, trasporti, comunicazioni, intermediazione creditizia, servizi vari ad

imprese e famiglie.

(**) Include pubblica amministrazione, istruzione, sanità, altri servizi pubblici, servizi domestici presso

le famiglie.

Pur in presenza di una debole congiuntura, le condizioni del mercato del lavoro in

Italia permangono positive, in particolare in raffronto ai principali paesi europei.

Secondo le stime della Commissione, nel 2003, la crescita dell’occupazione dell’area

dell’euro sarebbe nulla. Escludendo l’Italia, tale valore risulterebbe negativo per 0,1

punti percentuali.

OCCUPAZIONE E REDDITI DA LAVORO DIPENDENTE: UN CONFRONTO

EUROPEO

L’anno appena trascorso è stato caratterizzato da un particolare dinamismo

occupazionale dell’Italia, tanto più notevole sia in considerazione della difficile

situazione economica congiunturale degli ultimi 18 mesi, sia perché, per la prima volta

da circa un decennio, risulta in controtendenza rispetto all’andamento nei principali

paesi dell’area euro. Tale evoluzione è il risultato di un processo di miglioramento del

mercato del lavoro italiano in atto già da cinque anni, contraddistinto dalla

diminuzione, in media, del tasso di disoccupazione di oltre mezzo punto percentuale

l’anno e dalla crescita, in netta accelerazione, dell’occupazione. Esso è in larga parte

riconducibile agli effetti di tre principali linee di intervento su cui si è concentrato

l’impegno di Governi e parti sociali. Negli ultimi anni sono state effettuate importanti

riforme strutturali, con l’obiettivo di migliorare il funzionamento del mercato del

lavoro, eliminando varie forme di rigidità. Allo stesso intento sono ispirati i recenti

progetti di legge in tema di riforma del mercato di lavoro (legge delega n.30/2003) che,

una volta pienamente implementati, potrebbero fornire nuovo impulso alla crescita

occupazionale amplificando gli effetti dell’attesa ripresa ciclica. A ciò si sono aggiunti,

soprattutto nell’ultimo biennio, specifici interventi di politica fiscale finalizzati al

sostegno dell’occupazione, in particolare il credito di imposta a beneficio delle

2002 2003

Agricoltura -2,6 1,5

Industria 0,0 1,1

in senso stretto -0,1 0,9

costruzioni 0,5 2,1

Servizi 0,9 0,9

privati (*) 0,8 1,1

pubblici (**) 1,3 0,4

INTERA ECONOMIA 0,6 1,0

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

29

assunzioni a tempo indeterminato introdotto con la Legge Finanziaria del 2001 e

riconfermato, seppure in entità ridotta, nella Legge Finanziaria del 2002. Infine, la

moderazione salariale degli ultimi anni, indotta dall’applicazione del modello di

contrattazione formalizzato nel ‘Protocollo sulla politica dei redditi e dell’occupazione’

del 23 luglio 1993, ha contribuito, in misura anche sostanziale, alla recente buona

performance del mercato del lavoro.

A questo proposito, è interessante esaminare l’evoluzione negli ultimi quattro

anni2 dell’occupazione e dei redditi da lavoro in Italia, confrontandola con le tendenze

nei principali paesi dell’area euro3. Dal confronto emerge che, durante il periodo

considerato, l’Italia è riuscita ad invertire il differenziale di crescita occupazionale che

la separava dalla media europea, passando da uno scostamento medio sfavorevole pari

a mezzo punto percentuale nel periodo 1995-1998 ad un vantaggio di crescita di circa

tre decimi di punto negli anni 1999-2002 (figura 1).

Figura 1 - Crescita dell’occupazione in Italia e in Europa

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat.

Rispetto agli incrementi osservati in Francia, Spagna e Paesi Bassi, l’Italia soffre

ancora di qualche ritardo, che però appare colmarsi rapidamente. Tale risultato è in

larga parte imputabile alla forte crescita del settore dei servizi privati, in particolare il

settore dell’intermediazione finanziaria, attività immobiliari e servizi alle imprese.

A fronte di una crescita occupazionale così vigorosa, i redditi da lavoro

dipendente pro capite hanno mostrato, in Italia, fra gli incrementi più contenuti sia in

termini assoluti, sia rispetto all’evoluzione dell’indice dei prezzi al consumo

armonizzato e della produttività del lavoro4.

2 Il confronto è limitato agli ultimi quattro anni in quanto, nel 1998, i contributi sanitari a carico dei datori

di lavoro sono stati sostituiti dall’IRAP, così modificando il livello dei redditi da lavoro dipendente.

3 Esse concorrono a det erminare, rispettivamente, il denominatore ed il numeratore del costo del lavoro.

Un confronto più appropriato delle dinamiche di redditi p ro capite e produttività ri chiederebbe la

speci ficazione dell’input di lavoro in termini di unità di lavoro equivalenti a tempo pieno (ULA). Tali dati

non sono però disponibili, su periodi recenti, per la maggior parte dei paesi considerati. Le grandezze pro

capite sono state quindi necessariamente computate in termini di numero di occupati (persone).

4 La produttività nominale del lavoro è qui calcol ata come rapporto fra valore aggiunto a prezzi base

correnti e numero di occupati.

0.00

0.20

0.40

0.60

0.80

1.00

1.20

1.40

1.60

1.80

Media 1995-98 Media 1999-2002

ITALIA UNIONE EUROPEA

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

30

Tavola 1 - Redditi pro capite, prezzi al consumo e produttività nei principali paesi dell’area euro

(tasso medio di crescita 1999-2002)*

* Per Francia e Spagna i dati relativi a redditi pro capite e produttività terminano al 2001.

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat.

D’altra parte, l’andamento della quota del lavoro5, che è un indicatore sintetico

delle dinamiche relative di redditi e produttività, mostra per l’Italia una leggera

flessione nel periodo considerato, confermando un’evoluzione generalmente equilibrata

delle variabili retributive reali - anche rispetto ai maggiori paesi dell’area euro - ed

omogenea nei vari settori di attività economica.

Figura 2 - La quota del lavoro nei principali paesi dell’area euro - Totale economia esclusa la

pubblica amministrazione*

* I dati per Francia e Spagna terminano al 2001.

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat.

Rispetto a questo quadro complessivamente favorevole per il mercato del lavoro

italiano, sarà di rilievo l’analisi della prova dei fatti in corrispondenza dell’attesa

ripresa del ciclo economico, particolarmente nel confronto con i principali partner

europei. L’azione governativa continuerà a perseguire attivamente la strada delle

riforme strutturali del mercato del lavoro, in contemporanea con la messa a punto di un

5 Il computo della quota del lavoro è stato effettuato sulla base del numero di occupati ed imputando agli

occupati indipendenti gli stessi redditi degli occupati dipendenti. Nella l etteratura esso corrisponde al

concetto standard di adjusted labour share. La quota del lavoro corrisponde, per costruzione, al rapporto

tra redditi reali pro capite (defl azionati con i prezzi base del valore aggiunto settoriale) e produttività, un

aumento (diminuzione) della quota indica quindi crescita dei salari reali più forte (lenta) della

produttività.

Italia Francia Germania Spagna Paesi Bassi Unione Europea

Redditi pro capite nominali 2.53 2.53 1.78 3.70 4.34 3.43

Indice armonizzato dei prezzi al consumo 2.30 1.53 1.30 3.03 3.33 1.85

Produttività nominale del lavoro 2.71 2.17 1.51 4.16 4.05 3.35

0.5

0.52

0.54

0.56

0.58

0.6

0.62

0.64

Italia Francia Germania Spagna Paesi

Bassi

Unione

Europea

1999

2000

2001

2002

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

31

effettivo e congruo sistema di ammortizzatori sociali, al fine di cogliere al massimo gli

impulsi derivanti dalla congiuntura più favorevole.

La crescita dell’occupazione in Italia, nel 2003, sarà, infatti, positiva, attestandosi

allo 0,6 per cento, pur in rallentamento rispetto al 2002 (1,1 per cento). Il

peggioramento sarebbe particolarmente marcato nel settore dell’industria in senso

stretto (-0,1 per cento nel 2003 contro 0,4 per cento nel 2002); nei servizi la domanda di

lavoro aumenterebbe dello 0,9 per cento (1,5 nel 2002).

Tavola II.4 - Occupazione (unità standard di lavoro)

(variazioni percentuali)

(*) Include commercio, alberghi, trasporti, comunicazioni, intermediazione creditizia, servizi vari ad

imprese e famiglie.

(**) Include pubblica amministrazione, istruzione, sanità, altri servizi pubblici, servizi domestici presso

le famiglie

Il contributo della componente femminile alla crescita occupazionale risulta

elevato. In aprile, in base all’ultima rilevazione pubblicata dall’ISTAT sulle forze di

lavoro, il ritmo di crescita dell’occupazione femminile (2,3 per cento) è tornato ad

attestarsi sui livelli registrati nel corso del primo semestre del 2002, dopo il

rallentamento di ottobre 2002 e gennaio 2003 (rispettivamente 1,7 e 1,4 per cento).

La Legge delega sul mercato del lavoro (n.30/2003) ha introdotto nuove figure

contrattuali (staff leasing, lavoro a chiamata, job-sharing, nuove regole sul part-time)

che dovrebbero stimolare la partecipazione femminile al mercato del lavoro.

2002 2003

Agricoltura -2,2 -2,0

Industria 0,7 0,5

in senso stretto 0,4 -0,1

costruzioni 1,6 2,2

Servizi 1,5 0,9

privati(*) 2,0 1,4

pubblici(**) 0,8 0,2

INTERA ECONOMIA 1,1 0,6

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

32

EVOLUZIONE DELL’OCCUPAZIONE FEMMINILE NELL’ULTIMO

QUINQUENNIO

Dalla seconda metà degli anni novanta l’economia italiana ha registrato una

notevole crescita occupazionale. Nonostante il rallentamento imposto dalle sfavorevoli

condizioni congiunturali dell’ultimo anno, il periodo dal 1998 al 2002 ha visto una

crescita di circa 1.4 milioni di posti di lavoro, con un incremento di circa 4 punti del

tasso d’occupazione (calcolato come rapporto tra occupati e popolazione in età

lavorativa, 15-64 anni). Un contributo significativo a tale crescita è certamente legato

all’introduzione di misure volte a favorire la flessibilità del mercato del lavoro,

attraverso un processo che ha favorito l’entrata nel mercato del lavoro di soggetti in

precedenza esclusi. Testimonianza di ciò si trova nell’incremento dell’offerta di lavoro

e nel concentrarsi della maggiore occupazione nella componente femminile: per le

donne l’aumento del tasso d’occupazione, nel quinquennio citato, si cifra in circa 5

punti percentuali. Dal 1998 al 2002, infatti, l’occupazione femminile è cresciuta ad un

ritmo cinque volte superiore a quella degli uomini (12,1 per cento, il tasso di

incremento medio dell’occupazione femminile nel 2002 contro il 3,8 per cento

maschile). In rapporto all’espansione totale dell’occupazione, quella femminile ha

inciso per circa i tre quinti; nel 2002 il livello delle donne occupate si è attestato a

8.236 milioni di individui (il 37, 7 per cento dell’occupazione complessiva). Le donne

sono più presenti, rispetto agli uomini, nel lavoro dipendente che in quello autonomo

(in particolare, tra le donne, figurano meno imprenditori e liberi professionisti) e, per

quanto riguarda il lavoro dipendente, occupano in minor misura posizioni dirigenziali.

Per contro, il 44,6 per cento delle donne occupate svolgono mansioni da impiegate.

Figura 1 - Distribuzione dell’occupazione per sesso e posizione dell’occupazione, 2002

(valori assoluti)

Fonte: ISTAT

La presenza femminile nel mercato del lavoro nel nostro paese è, inoltre,

caratterizzata da un’elevata dispersione per area geografica dei tassi di occupazione; è

nelle regioni del Centro-Nord che si riscontra la maggiore concentrazione

dell’occupazione femminile. Nel Nord Est, in particolare, il tasso di occupazione

femminile (15-64 anni) ha raggiunto, nella media del 2002, il 54,4 per cento, a fronte

del 27 per cento relativo al meridione. Pertanto, mentre nelle regioni centro

settentrionali il suddetto tasso è allineato su livelli europei (nel 2002, il valore di tale

indicatore con riferimento all’intera Unione è stato del 55,5 per cento), nel

Mezzogiorno il divario risulta particolarmente ampio (27 per cento).

0

1.000

2.000

3.000

4.000

5.000

6.000

Maschi Femmine

Dirigenti Quadri Impiegati Operai

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

33

Figura 2 - Tassi di occupazione (15-64 anni) per sesso e ripartizione geografica (2002)

Fonte: ISTAT

Nonostante i progressi degli ultimi anni, l’Italia continua a registrare un tasso di

partecipazione al mercato del lavoro relativamente basso, soprattutto tra la

popolazione femminile. Sia in Italia che nel resto dell’area-euro, i tassi di occupazione

femminile per classi di età sono caratterizzati da un profilo “a gobba”.

Figura 3 - Tassi di occupazione femminili per fasce di età in Italia, area-euro, e paesi nordici. 2001

(*) escluso il Lussemburgo

(**) Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia

Nelle classi di età più giovani, la percentuale di donne occupate è piuttosto

bassa, mentre aumenta man mano che si considerano donne in età più adulta, fino a

raggiungere un picco fra i 35 e i 44 anni. Viceversa, avvicinandosi l’età pensionabile, il

tasso di occupazione declina vistosamente. Ma in ciascuna classe di età considerata, il

livello del tasso di occupazione femminile italiano è decisamente inferiore alla media

europea. Anche nella fascia di età tra i 35-40 anni, dove il tasso di occupazione è

massimo, l’Italia registra un differenziale con la media europea di quasi dieci punti

percentuali. Rispetto agli altri paesi europei, il divario per l’Italia, distribuito fra tutte

le fasce di età, raggiunge il culmine nella fascia 45-49 anni (in relazione alla più

0,0

10,0

20,0

30,0

40,0

50,0

60,0

70,0

80,0

Nord oves t Nord Est Centro Sud

Donne Uomini

-

10

20

30

40

50

60

70

80

90

15-19 20-24 25-29 30-34 35-39 40-44 45-49 50-54 55-59 60-64

Fasce di età

Tassi d i Occup azione

Area EURO* Paesi Nord ici* * Italia

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

34

favorevole legislazione sul pensionamento anticipato). E nelle fasce di età centrale, la

bassa occupazione è strettamente associata alla bassa partecipazione femminile al

lavoro all’interno dei nuclei familiari.

Tavola 1 - Tassi di occupazione femminili per classi di età, stato civile e area geografica. 1995-2002

Fonte: Elaborazione su dati ISTAT

Per le donne tra i 30 e 44 anni, il differenziale occupazionale tra donne nubili e

donne attualmente coniugate è pari a circa 8 punti percentuali: mentre il 70 per cento

delle donne nubili tra i 40 e 44 anni risultavano occupate nell’aprile del 2002, tale

percentuale si riduceva a poco più del 50 per cento per le donne coniugate, con

differenziali anche maggiori nel Mezzogiorno. Un altro elemento utile, ai fini di una

migliore comprensione degli aspetti strutturali dell’occupazione femminile, è il fatto

che l’occupazione femminile si concentra nelle donne con alti livelli di istruzione. Gli

uomini, al contrario si distribuiscono, secondo il titolo di studio posseduto, in modo più

equo. Dai dati emerge che il 62 per cento delle donne occupate possiede un elevato

titolo di studio (diploma o laurea), contro il 50 per cento circa degli uomini. Tale

fenomeno risulta accentuato nel Mezzogiorno.

Figura 4 - Distribuzione degli occupati per titoli di studio (aprile 2002)

Fonte: ISTAT

Un importante contributo all’incremento del tasso di occupazione femminile è

derivato, inoltre, dal lavoro a tempo parziale. Tale tipologia di lavoro “atipico” è del

0,0

10,0

20,0

30,0

40,0

50,0

maschi femmine

laurea o dottorato

diploma di maturità o di qual. Professionale

Licenza media

Lic. Elementare/nessuno

Classi Stato Civile

di età 1995 2002 1995 2002 1995 2002

30-34 Totale 49,5 56,7 61,6 71,1 29,5 32,7

Nubile 63,3 67,6 75,3 80,8 39,7 41,9

Coniugata 45,3 50,8 56,9 65,7 27,3 28,6

35-39 Totale 52,0 56,5 62,2 69,1 34,6 35,2

Nubile 67,0 71,6 78,6 82,4 45,8 49,4

Coniugata 48,9 52,3 58,8 65,2 32,8 32,2

40-44 Totale 50,3 56,4 56,9 66,7 38,5 39,0

Nubile 65,0 70,9 73,8 81,0 51,9 52,5

Coniugata 47,6 53,1 53,9 63,5 36,8 36,7

Italia Centro - Nord Sud - Isole

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

35

resto già parte integrante delle misure destinate all’obiettivo di favorire sia la

prtecipazione femminile al mercato del lavoro, sia l’”occupabilità” delle donne anche

nelle regioni meridionali6. In Italia, le donne con un’occupazione part-time sono circa

1 milione 130 mila (80 per cento dell’occupazione dipendente a tempo parziale),

rispetto alle 811 mila circa nel 1998. La percentuale di donne che lavorano secondo

tale tipologia contrattuale è significativamente più elevata nell’Unione Europea (pari

al 33,8 per cento della media dell’Unione Europea contro il 17,8 per cento in Italia nel

2001). Si può, inoltre, osservare come ad elevati tassi di occupazione femminile,

corrisponde, in generale, un’ampia diffusione del lavoro a tempo parziale. L’ampio

divario con il resto d’Europa sta ad indicare che esistono, tuttora, ampi margini di

estensione di questo strumento.

Effetti positivi sull’evoluzione dell’occupazione femminile nel medio periodo

sono attesi anche dalla riforma fiscale avviata dal governo e dalle sue successive

implementazioni.

EFFETTI DELLA RIFORMA FISCALE SULLA PARTECIPAZIONE

FEMMINILE AL MERCATO DEL LAVORO

L’obiettivo di accrescimento dell’offerta di lavoro si concentra su tre aspetti

fondamentali:

o il Mezzogiorno, ove l’occupazione regolare è su livelli endemicamente bassi

o i gruppi socio-demografici caratterizzati da bassa partecipazione strutturale

o le fasce di età vicine alla pensione, che, nonostante i più recenti progressi,

rimangono caratterizzate da una fuoriuscita troppo precoce dal mercato del

lavoro.

Un ruolo importante di stimolo all’offerta di lavoro può derivare dall’intervento

di riduzione delle imposte sul reddito operato nel corso del 2003, dal momento che i

benefici fiscali sono concentrati sui redditi individuali più bassi.

Per comprendere il legame tra offerta di lavoro e riduzione fiscale, è

fondamentale distinguere tra soggetti che già partecipano al mercato del lavoro e

soggetti che inizialmente si collocano fuori dalla forza lavoro. Nella letteratura

economica, i primi soggetti operano sul margine intensivo dell’offerta di lavoro

(variazione delle ore di lavoro, posto che già si sia occupati), mentre i secondi soggetti

operano sul margine estensivo (partecipazione o meno al mercato).

Per gli individui sul margine intensivo dell’offerta di lavoro, una riduzione fiscale

induce un effetto sostituzione ed un effetto reddito, il primo a favore d’aumento

dell’offerta di lavoro - in quanto una riduzione dell’aliquota marginale aumenta il

costo opportunità delle attività non lavorative – il secondo operante nel senso d’una

riduzione dell’offerta di lavoro - in quanto le minori imposte consentono di ottenere lo

6 In base alle indicazioni del NAP (Piano nazionale per l’occupazione), presentato dal governo nella

scorsa primavera, il tasso di occupazione femminile dovrebbe essere innalzato al 46 per cento entro il

2005. Nel Piano sono contenute, fra l’altro, alcune misure per raggiungere tale obiettivo: incentivazione

alla diffusione del lavoro a tempo parziale e valorizzazione dell’offerta formativa.

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

36

stesso reddito netto con un minor impegno lavorativo. Gli effetti netti complessivi della

riduzione delle imposte sono perciò ambigui per gli individui che operano sul margine

intensivo dell’offerta di lavoro.

Meno ambigui sono invece gli effetti per individui che operano sul margine

estensivo: ipotizzando l’assenza di redditi diversi da quelli da lavoro (e tralasciando la

presenza di un aumento del redito netto del coniuge ove questi già lavori), la riduzione

delle imposte determina soltanto un effetto sostituzione, senza produrre alcun effetto

reddito, sì da implicare un aumento della probabilità di partecipare al mercato del

lavoro.

Tali congetture teoriche sono in effetti confermate dalle verifiche esistenti di

natura econometrica. Per gli individui che operano sul margine intensivo dell’offerta di

lavoro, indipendentemente dal sesso, l’effetto reddito e l’effetto sostituzione sono molto

piccoli e di segno opposto. Viceversa, per le donne coniugate che operano sul margine

estensivo, l’elasticità dell’offerta di lavoro al salario appare molto più alta. Anche se

le stime dell’elasticità dell’offerta dipendono dai dettagli analitici del modello

utilizzato, gli studi più attendibili sembrano essere quelli che prendono esplicitamente

in considerazione i vincoli esistenti in termini di salario e ore lavorate, la situazione del

mercato locale del lavoro, la natura congiunta delle decisioni in tema di lavoro e

fertilità dei due coniugi. In questa direzione, un certo consenso emerge nella letteratura

sul fatto che l’elasticità dell’offerta di lavoro femminile sia superiore a quella maschile,

ragguagliandosi la prima intorno a 0.7, la seconda al massimo a 0.5.

Le considerazioni ora esposte sono particolarmente importanti nel contesto

italiano, dal momento che è proprio sul margine estensivo e sul tasso di occupazione

femminile che l’Italia risulta essere particolarmente in ritardo. Tenendo conto che

l’intervento fiscale già approvato riguarda i redditi medio-bassi, è opportuno rilevare

che gli stessi studi econometrici evidenziano un’elasticità dell’offerta di lavoro

chiaramente decrescente all’aumentare del livello di reddito (da valori di 3.4 per le

donne a basso reddito familiare, 0.8 per le donne a reddito medio, e 0.09 per le donne

in famiglie a reddito elevato). Pur nella difficoltà di precisare gli effetti dell’intervento

fiscale in termini di aumento della partecipazione al lavoro, è plausibile concludere che

la manovra fiscale garantirà, nel medio periodo, una maggior crescita dell’output

potenziale.

In aggiunta a tali effetti, ulteriori stimoli potranno der ivare dalla rimozione degli

ostacoli residui alla partecipazione delle donne in età centrale con carichi famigliari.

Un impedimento in questa direzione è legato alla bassa disponibilità, in Italia, di servizi

pubblici e privati per l’infanzia, un settore ad alta intensità di lavoro femminile.

Nel 2003, in presenza di un lieve rallentamento dell’offerta di lavoro, il tasso di

disoccupazione continuerebbe a scendere attestandosi all’8,8 per cento.

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

37

Tavola II.5 - Offerta, domanda di lavoro e disoccupazione

(variazioni percentuali)

Fonte: Elaborazioni e stime su datiISTAT, Rilevazione trimestrale delle forze di lavoro

A fronte degli andamenti congiunti dell’attività produttiva e dell’occupazione, il

valore aggiunto per unità di lavoro crescerebbe dello 0,3 per cento, dopo la flessione

registrata nel 2002 (-0,5 per cento).

Tenendo conto degli effetti dei rinnovi contrattuali già conclusi (nei primi mesi

del 2003 sono stati rinnovati il contratto nazionale dei metalmeccanici e del commercio,

e nel settore pubblico, quelli dei ministeri, degli enti pubblici non economici e della

scuola) e di quelli da attivare nel corso dell’anno, (tra cui nel settore del pubblico

impiego Enti locali e Sanità) le retribuzioni lorde pro-capite registrerebbero un’aumento

dell’ordine del 3,0 per cento.

Il costo del lavoro per dipendente aumenterebbe del 3,2 per cento nel 2003, in

linea con la dinamica retributiva. Nonostante l’accelerazione salariale, il costo del

lavoro per unità di prodotto, giovandosi del recupero di produttività, crescerà del 3,1 per

cento, in linea con il risultato del 2002.

Forze di lavoro 0,9 0,8

Occupati 1,5 1,0

Disoccupati -4,5 -1,6

Tasso di disoccupazione 9,0 8,8

Tasso di occupazione (15-64 55,4 56,1

Tasso di attività 61,0 61,6

2002 2003

DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007

38

Tavola II.6 - Redditi e retribuzioni per unità di lavoro dipendente

(variazioni percentuali)

(1) in percentuale delle retribuzioni lorde

(2) CLUP calcolato sul valore aggiunto ai prezzi base e, per l'intera economia, sul PIL

A fronte degli andamenti salariali descritti, l’inflazione al consumo, misurata

sull’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (al netto dei

consumi di tabacchi), è prevista rimanere stabile nel 2003, sullo stesso livello dello

scorso anno (2,4 per cento). Tale stima sconta l’accelerazione registrata nei primi mesi

dell’anno, determinata principalmente dall’aumento dei prezzi energetici.

L’apprezzamento dell’euro favorirà la netta discesa dell’inflazione nella seconda parte

dell’anno. Il differenziale di inflazione con l’area dell’euro (misurato sull’indice

armonizzato) è previsto in lieve riduzione.