Ministero
dell’Economia e delle Finanze
Documento di
Programmazione
Economico-
Finanziaria
per gli
anni 2004-2007
Documento di
programmazione
economico-finanziaria
Per gli anni
2004-2007
Presentato
dal presidente del Consiglio dei Ministri
Silvio
Berlusconi
e
dal Ministro
dell’Economia e delle Finanze
Giulio
Tremonti
Deliberato dal Consiglio dei
Ministri il 16 luglio 2003
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA
2004-2007
INDICE
Premessa
I - IL CONTESTO INTERNAZIONALE ED EUROPEO
I.1 La congiuntura economica
I.2 Le prospettive di medio
termine
I.3 Il processo di
allargamento dell’Unione Europea
II - L’EVOLUZIONE DELL’ECONOMIA ITALIANA
II.1 L’economia italiana nel
2003
II.1.1 Le
tendenze economiche territoriali nel 2003
II.2 La finanza pubblica nel
2003
II.3 L’andamento tendenziale
dell’economia italiana nel medio periodo
(2004-2007)
II.3.1 Le
tendenze economiche territoriali nel 2004-2007
II.4 Il quadro tendenziale
della finanza pubblica 2004-2007
III - GLI OBIETTIVI PROGRAMMATICI PER IL 2004 E IL MEDIO PERIODO
III.1 L’espansione del ciclo
vitale e l’equilibrio tra risorse e spesa sociale
III.2 Il rilancio del sistema
delle piccole imprese
III.2.1
L’innovazione tecnologica
III.2.2 Il
potenziamento delle infrastrutture
III.3 Il quadro
macroeconomico programmatico 2004-2007
III.3.1 Il
quadro programmatico territoriale
III
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA
2004-2007
III.4 Il quadro programmatico
di finanza pubblica
III.5 Gli obiettivi del
semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea
III.5.1 Le
azioni per la crescita europea
III.5.2
Integrazione commerciale e nuove vie dello sviluppo
IV - LA STRATEGIA PER LE AREE SOTTOUTILIZZATE:
UNMEZZOGIORNO
COMPETITIVO
IV.1 Tendenze e obiettivi
programmatici
IV.2 La quantità e l’utilizzo
delle risorse finanziarie per gli investimenti
pubblici
IV.3 La qualità degli
investimenti attraverso la cooperazione tra regioni e
Stato centrale
IV.3.1 Gli
accordi di Programma Quadro
IV.3.2 Il
Quadro comunitario di sostegno
IV.3 Gli accordi di Programma
Quadro
IV.4 Modernizzazione e
rafforzamento delle capacità delle Amministrazioni
pubbliche
IV.5 Incentivi, marketing
territoriale e credito
V - UN ACCORDO
PER RIFORME, COMPETITIVITA’,
SVILUPPO ED EQUILIBRIO FINANZIARIO
VI -
APPENDICE STATISTICA
Allegato 1: Programma
infrastrutture strategiche:
Opere potenzialmente
attivabili nel periodo 2004-2007
IV
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA
2004-2007
INDICE DEI
RIQUADRI
Effetti
dell’integrazione commerciale della Cina nell’economia mondiale
Deflazione:
aspetti teorici e rischi nell’attuale congiuntura
Fattori
geo-politici e scenario internazionale
Gli
effetti sul ciclo di misure fiscali alternative: un’analisi controfattuale per
il biennio 2002-2003
Ricchezza
finanziaria e consumi delle famiglie
Occupazione
e redditi da lavoro dipendente: un confronto europeo
Evoluzione
dell’occupazione femminile nell’ultimo quinquennio
Effetti
della riforma fiscale sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro
Crescita
del Mezzogiorno rispetto all’Italia: obiettivi programmatici e risultati
Produttività
e competitività nell’economia italiana: aspetti disaggregati per macro-regioni
e macrosettori
Effetti
dell’apprezzamento dell’euro sull’interscambio commerciale dell’Italia per
settore e per
area
Azione
europea per la crescita
Riforma
della politica di coesione comunitaria e impatto dell'allargamento sulle aree
ammissibili
all'obiettivo
1 nel 2007-2013
Grado di
integrazione commerciale delle regioni italiane con i paesi dell'Europa
centrale e
orientale
candidati all'allargamento
I corridoi
5 e 8, ponte fra l'economia italiana e i paesi dell'est Europa
Il
Mezzogiorno e il Centro-Nord a più velocità
Azioni e
risultati di governo e regioni nel Mezzogiorno e nelle altre aree
sottoutilizzate
Il credito
d’imposta: investimenti ed occupazione
V
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA
2004-2007
INDICE
DELLE TAVOLE
Tavola I.1 -
Variabili internazionali rilevanti per l’Italia (2001-2003)
Tavola I.2 -
Prezzi internazionali (2001-2003)
Tavola I.3 -
Variabili internazionali rilevanti per l’Italia (2004-2007)
Tavola I.4 -
Prezzi internazionali (2004-2007)
Tavola I.5 -
Tassi medi annui di inflazione
Tavola I.6 - Le
fasi di allargamento dell’Unione Europea
Tavola I.7 -
Paesi in via di adesione all’UE: principali indicatori economici
Tavola II.1 -
Contributi alla crescita del PIL (2002-2003)
Tavola II.2 -
Conto economico risorse e impieghi a prezzi 1995 (2002-2003)
Tavola II.3 -
Valore aggiunto a prezzi 1995 (2002-2003)
Tavola II.4 -
Occupazione (unità standard di lavoro) (2002-2003)
Tavola II.5 -
Offerta, domanda di lavoro e disoccupazione (2002-2003)
Tavola II.6 -
Redditi e retribuzione per unità di lavoro dipendente (2002-2003)
Tavola II.7 -
Scostamento delle previsioni per il 2003
Tavola II.8 -
Conto economico risorse e impieghi a prezzi 1995 (2002-2007)
Tavola II.9 -
Quadro tendenziale:Indicatori macroeconomici di medio termine (2002-2007)
Tavola II.10 -
Quadro delle previsioni a legislazione vigente: Conto delle Amministrazioni
pubbliche
Tavola III.1 -
Quadro Programmatico: indicatori macroeconomici di medio termine
Tavola III.2 -
Quadro Programmatico: conto delle amministrazioni pubbliche
Tavola III.3 -
Bilancio programmatico dello Stato dal 2004 al 2006
Tavola IV.1 -
Spesa in conto capitale nel Mezzogiorno, media 2004-2007
Tavola IV.2 -
Alcuni interventi contenuti negli accordi di progamma quadro
Tavola IV.3-
Alcuni interventi contenuti nel QCS 2000-2006
VI
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA
2004-2007
INDICE
DELLE FIGURE
Figura I.1 -
Stati Uniti: Indice di fiducia dei consumatori
Figura I.2 -
Indice dei mercati azionari
Figura I.3 -
Cambio dollaro-euro
Figura I.4 -
Tassi medi di inflazione
Figura II.1 -
Consumi ed investimenti nel 2002 – confronti europei
Figura II.2 -
Occupati per ripartizione (1995=100, dati destagionalizzati)
Figura III.1 -
Il ciclo vitale
Figura III.2 -
Infrastrutture e concentrazione territoriale delle imprese
Figura III.3 -
Mezzogiorno: quota programmatica della spesa in conto capitale della Pubblica
Amministrazione
e crescita del PIL
Figura IV.1 -
Mezzogiorno: obiettivi programmatici
Figura IV.2 -
Impieghi alle società non finanziarie e alle famiglie produttrici e PIL nel
Mezzogiorno e
nel Centro-Nord
VII
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA
2004-2007
INTRODUZIONE
E SINTESI
Il Documento di
Programmazione contiene le grandi linee della politica
economica e finanziaria
per gli anni 2004-07 e rappresenta la premessa per aprire una
stagione di dialogo
sociale e istituzionale mirata a realizzare riforme strutturali
finalizzate a rilanciare
uno sviluppo sostenuto e duraturo.
L’obiettivo è giungere
ad un “Accordo per Riforme, Competitività, Sviluppo ed
Equilibrio finanziario”
da tradurre in termini normativi nella prossima legge
finanziaria, verificando
gli indirizzi politici elaborati dalle singole Amministrazioni che
verranno posti a base
del dialogo con tutte le parti sociali e i rappresentanti delle
autonomie locali.
Questo “Accordo” deve
partire dalla conferma degli impegni sottoscritti con il
“Patto per l’Italia” e
deve raccogliere il contributo del più recente “Patto per la
competitività” siglato
da CGIL, CISL, UIL e Confindustria.
Gli interventi proposti
in questo DPEF mantengono la continuità con gli indirizzi
programmatici che questo
Governo ha adottato fin dal suo insediamento, pur tenendo
conto di un quadro
economico internazionale meno favorevole rispetto alle attese.
L’obiettivo è di
rafforzare lo sviluppo economico e sociale del paese, fondato su alcuni
pilastri fondamentali,
comuni ai grandi paesi europei:
una politica di riforme
strutturali socialmente compatibili, in grado di adeguare
le istituzioni
dell’economia ai trend demografici e
all’allungamento delle fasi del ciclo
vitale: età scolare, età
del lavoro, terza età;
una politica di
investimenti in capitale fisico e umano e in tecnologia, finalizzata
ad innalzare la
produttività e la competitività e, quindi, la crescita del paese, rendendo
l’economia italiana
pronta a cogliere pienamente gli stimoli della ripresa quando si
manifesterà a livello
globale e europeo;
una politica
macroeconomica e finanziaria atta a coniugare rigore e sviluppo, in
linea con gli impegni
europei.
Riforme, investimenti e
consolidamento di bilancio sono obiettivi essenziali e
strettamente integrati:
il rispetto dei vincoli del patto di stabilità e crescita ha il duplice
VIII
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA
2004-2007
effetto di rassicurare i
mercati e evitare che, per un paese ad alto debito come l’Italia,
condizioni finanziarie
troppo gravose soffochino la ripresa.
Il
quadro economico internazionale
Le previsioni contenute
nel documento si basano su un quadro internazionale di
riferimento molto
prudente, coerente con gli scenari delineati dalle istituzioni
internazionali e dai
principali centri di ricerca. La crescita mondiale è ancora modesta
ma è prevista accelerare
gradualmente nel 2004 e negli anni successivi. La crescita in
Europa risente sia degli
effetti dell’apprezzamento dell’euro, sia delle difficoltà
dell’economia tedesca:
il PIL dell’area dell’euro è atteso aumentare dell’1,9 per cento
nel 2004 per poi
attestarsi leggermente sopra il 2 per cento nel medio periodo. Lo
scenario delineato
potrebbe risultare, tuttavia, alterato dal riacutizzarsi dei fattori di
instabilità geo-politica
che incidono sul clima di fiducia degli operatori.
Le quotazioni del
petrolio sono previste mantenersi, nell’arco previsivo intorno ai
25 dollari a barile;
mentre i prezzi delle altre materie prime e dei manufatti dovrebbero
aumentare in misura
moderata. Si prevede un ulteriore, lieve apprezzamento dell’euro
nel 2004 e poi una
sostanziale stabilità. Nel medio periodo continuano a ridursi le
pressioni
inflazionistiche. Il rischio di un fenomeno generalizzato di deflazione rimane
remoto. Tra i principali
paesi industrializzati, solo in Giappone i prezzi continueranno
a ridursi nel medio
periodo.
Il quadro
macroeconomico interno
Si stima che il PIL aumenti,
in media nel 2003, dello 0,8 per cento, un valore in
linea con quello atteso per
l’area dell’euro.
Tenuto conto dei problemi
strutturali e degli stringenti vincoli di bilancio che
condizionano fortemente la
crescita dell’economia italiana, il quadro programmatico
per il medio periodo è
improntato alla cautela.
IX
L’obiettivo del Governo è
quello di innalzare il potenziale di sviluppo, attraverso
le riforme strutturali e il
sostegno agli investimenti, in un contesto di equilibrio
finanziario. Gli effetti
delle riforme si esplicheranno gradualmente nei prossimi anni;
pertanto, nello scenario
programmatico, la crescita del PIL prevista per il biennio
2004-05 sarà solo lievemente
superiore a quella delineata nel quadro tendenziale
(rispettivamente, 2 e 2,3 per
cento contro 1,8 e 2,1). Il divario aumenterà
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA
2004-2007
progressivamente negli anni
successivi, man mano che le riforme strutturali
esplicheranno pienamente i
loro effetti. Nel 2007, il tasso di sviluppo raggiungerà il 2,6
per cento, rispetto al 2,1
per cento del tendenziale.
In questo quadro, la crescita
viene sostenuta dalla domanda interna, con il
fondamentale contributo degli
investimenti, che beneficeranno delle politiche varate dal
Governo, in particolare
dell’avvio delle opere infrastrutturali, con finanziamento
italiano e europeo, e
dell’accelerazione degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno.
Il tasso di disoccupazione,
previsto pari all’8,8 per cento nell’anno in corso, si
ridurrebbe progressivamente,
attestandosi al 7,5 per cento nel 2007. Nello stesso anno,
il tasso di occupazione si
collocherebbe intorno al 60 per cento, valore prossimo
all’obiettivo fissato per il
2010 (61,3 per cento).
Nonostante la crescita del
PIL risulti superiore a quella indicata nel quadro
tendenziale, le pressioni
inflazionistiche dovrebbero attenuarsi durante tutto il periodo
della previsione per effetto
dell’accresciuta produttività, con conseguenze positive sul
potere d’acquisto dei
lavoratori. La riduzione dell’inflazione sarà ulteriormente
agevolata dalla moderazione
dei prezzi internazionali: in tale contesto, i tassi
programmati di inflazione
risultano pari all’1,7 per cento nel 2004, 1,5 per cento nel
2005, 1,4 per cento nel
biennio 2006-2007.
Il
processo di consolidamento finanziario
Per l’anno in corso
l’indebitamento netto delle Pubbliche Amministrazioni si
collocherebbe al 2,3 per
cento del PIL. Le misure adottate dal Governo, incluse quelle
una tantum, si stanno
rivelando molto efficaci. Rispetto al 2002, si registrerebbe una
correzione del saldo
strutturale di circa 0,3-0,4 punti percentuali, poco meno di quanto
concordato nell’Eurogruppo.
L’obiettivo, per il 2004 e per gli anni successivi, è di
ridurre l’indebitamento
strutturale di 0,5 per cento all’anno. Per conseguire questo
risultato nel 2004 è
necessaria una riduzione del disavanzo all’1,8 per cento del PIL,
dato che, in assenza di
manovra, il disavanzo tendenziale si attesterebbe intorno al 3,1
per cento. Una posizione
prossima al pareggio si otterrebbe nel 2006.
La strategia finanziaria del
Governo si basa sulla riduzione progressiva delle
misure one-off: un terzo della manovra prevista per il 2004 dovrà
essere assicurato da
misure a carattere
permanente. La proporzione aumenta a due terzi l’anno successivo
fino alla completa
sostituzione nel 2006. Le misure strutturali si concentreranno: dal
X
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA
2004-2007
lato delle entrate, su
interventi di contrasto all’evasione e al sommerso; dal lato delle
spese, su interventi di
riduzione di regimi speciali di favore, sull’applicazione del patto
di stabilità interno in
coerenza con le prescrizioni europee, sulla razionalizzazione
degli acquisti di beni e
servizi da parte delle Pubbliche Amministrazioni, sulla entrata a
regime del Piano Europeo di
Azione per la crescita. Le misure”one-off”
per il 2004-05
si concentreranno sul settore
immobiliare e del real estate.
QUADRO MACRO
TENDENZIALE - SINTESI
2003 2004 2005
2006 2007
Pil reale 0,8
1,8 2,1 2,2 2,1
Pil nominale
3,6 3,7 4,0 4,1 4,0
Tasso di
inflazione 2,4 1,9 1,7 1,6 1,6
Tasso di
disoccupazione 8,8 8,5 8,3 8,1 8,0
indebitamento
P.A (%PIL) -2,3 -3,1 -3,2 -2,8 -2,4
indebitamento
strutturale P.A (%PIL) -1,8 -2,7 -3,0 -2,7 -2,4
avanzo primario
(%PIL) 3,0 1,9 1,8 2,2 2,7
(variazioni
percentuali)
QUADRO MACRO
PROGRAMMATICO - SINTESI
2004 2005 2006
2007
Pil reale 2,0
2,3 2,5 2,6
Pil nominale
3,9 4,3 4,3 4,3
inflazione
programmata 1,7 1,5 1,4 1,4
Tasso di
disoccupazione 8,5 8,2 7,9 7,5
indebitamento
P.A. (%PIL) -1,8 -1,2 -0,5 0,1
indebitamento
strutturale P.A. (%PIL) -1,3 -0,8 -0,3 0,1
avanzo primario
(%PIL) 3,1 3,8 4,6 5,2
debito P.A.
(%PIL) 104,2 101,7 99,4 97,1
(variazioni percentuali)
XI
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
1
I – IL CONTESTO INTERNAZIONALE ED EUROPEO
I.1 La congiuntura economica
La
prevista ripresa dell’economia mondiale non si è ancora materializzata. La
crescita
negli Stati Uniti stenta a decollare. Il Giappone e la Germania stanno entrando
in
una fase di ristagno. La maggior parte delle economie europee, venendo a
mancare lo
stimolo
del settore estero anche per effetto dell’apprezzamento dell’euro, manifesta
evidenti
segni di debolezza.
Il consuntivo del 2002
Dopo
un promettente avvio, all’inizio del 2002, la ripresa dell’economia mondiale
ha
subito un’improvvisa battuta d’arresto; il crollo della fiducia dei consumatori
e degli
operatori
economici è stato provocato dal riacutizzarsi delle tensioni internazionali e
dagli
scandali finanziari che hanno coinvolto alcune grandi imprese statunitensi.
Nella
media del 2002, la crescita dell’economia mondiale è stata del 3 per cento
(2,3
per cento nel 2001). I risultati sono stati particolarmente deludenti nell’area
dell’euro,
dove l’aumento del PIL si è ridotto, passando dall’1,4 per cento dell’anno
precedente
allo 0,8 per cento. Negli Stati Uniti il tasso di crescita (2,4 per cento) è
risultato
superiore alla media dell’OCSE, grazie anche a politiche monetarie e fiscali
fortemente
espansive. Solo i paesi asiatici, con l’esclusione del Giappone, sono riusciti
a
mantenere
ritmi di crescita sostenuti; in particolare, la Cina ha registrato una
espansione
dell’8
per cento.
Gli
scambi commerciali hanno riflesso l’evoluzione del ciclo economico
internazionale,
aumentando in volume del 3,2 per cento, un valore nettamente inferiore
alla
media degli ultimi dieci anni ( oltre il 6 per cento).
Il primo trimestre del 2003
La
congiuntura internazionale si è ulteriormente indebolita agli inizi del 2003,
per
effetto
delle incertezze relative al conflitto in Iraq e a rischi di diffusione della
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
2
polmonite
atipica (SARS). Il prezzo del petrolio agli inizi di marzo ha raggiunto poco
meno
di 35 dollari a barile.
Il
Giappone e i paesi dell’area dell’euro hanno maggiormente risentito del
deterioramento
del contesto esterno, a causa delle debolezze strutturali delle loro
economie.
Tra i paesi dell’Unione Monetaria Europea il rallentamento è stato
particolarmente
marcato in Germania, dove il PIL si è ridotto dello 0,2 per cento
rispetto
al trimestre precedente. Negli Stati Uniti, il prodotto è aumentato dello 0,4
per
cento.
La crescita è stata sostenuta dal contributo positivo dei consumi (0,4 per
cento),
mentre
non si è verificata l’attesa ripresa degli investimenti da parte delle imprese,
che,
invece,
è stata frenata dall’incertezza.
Le
prospettive di crescita si sono ridotte, riflettendosi in un peggioramento del
clima
di fiducia degli operatori ed in un generalizzato calo dei corsi azionari. Da
gennaio
a marzo, gli indici di borsa delle principali aree economiche sono scesi di
circa
il
10 per cento, con una performance significativamente peggiore nell’area dell’euro,
dove
la contrazione ha raggiunto quasi il 20 per cento.
Segnali di ripresa deboli e contrastanti per l’anno in corso
L’evoluzione
attesa del quadro internazionale per i prossimi mesi è ancora incerta.
Dopo
la rapida e favorevole risoluzione del conflitto in Iraq, sono emersi segnali
di
ripresa.
Il prezzo del petrolio è sceso rapidamente intorno ai 25 dollari a barile; le
quotazioni
azionarie hanno iniziato a mostrare una tendenza alla crescita. Segnali di
ripresa
provengono dagli Stati Uniti, dove le politiche economiche continuano ad essere
espansive.
Il 25 giugno la Riserva Federale ha ridotto i tassi di riferimento americani
dall’1,25
per cento all’1 per cento, il livello più basso dal 1958. Nello stesso mese
sono
entrati
in vigore nuovi sgravi fiscali.
L’indice
di fiducia dei consumatori, secondo il Conference Board, è in aumento
dal
mese di aprile, dopo aver registrato per quattro mesi un progressivo
peggioramento.
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
3
Figura I.1 – Stati Uniti: Indice di fiducia
dei consumatori
50
60
70
80
90
100
110
120
gen-02
febbraio
marzo
aprile
maggio
giugno
luglio
agosto
settembre
ottobre
novembre
dicembre
gen-03
febbraio
marzo
aprile
maggio
giugno
Fonte: Conference Board
Nel
mese di maggio, l’indice anticipatore del ciclo americano è aumentato dell’1
per
cento, il più forte incremento da 17 mesi. L’indagine condotta presso i
responsabili
degli
acquisti delle imprese manifatturiere fornisce ulteriori indicazioni
favorevoli: il
Purchasing Management Index di Chicago (PMI), dopo aver registrato a maggio
un
aumento
più forte del previsto (passando da 47,6 a 52,2 e superando il valore di 50 che
rappresenta
lo spartiacque tra espansione e contrazione) ha manifestato un ulteriore
rialzo
a giugno (52,5).
In
Europa, le politiche economiche sono quasi ovunque orientate in senso
espansivo
con un aumento dei disavanzi, che riflette l’operato degli stabilizzatori
automatici.
La BCE, con un nuovo intervento effettuato ai primi di giugno, ha ridotto il
tasso
di riferimento di 50 punti base, portandolo al 2 per cento.
Alcuni
fattori strutturali segnalano possibili miglioramenti delle prospettive. Lo
sgonfiamento
della “bolla” speculativa degli ultimi due anni ha riportato i prezzi dei
titoli
azionari intorno ai valori di equilibrio. Mentre la stabilizzazione dei mercati
finanziari
elimina un importante fattore di debolezza della domanda interna, il calo del
prezzo
del petrolio, espresso in euro, produce un effetto positivo sui conti delle
famiglie
e
delle imprese.
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
4
Figura I. 2 – Indice dei mercati azionari*
*Fonte Datastream: Indici Morgan Stanley Capital International
Di
contro, pesa ancora sulla ripresa sia americana che europea l’eccesso di
capacità
produttiva determinato dalla forte crescita degli investimenti effettuati nella
seconda
metà degli anni novanta. Il basso livello di utilizzo degli impianti suggerisce
che
una sostenuta ripresa degli investimenti è ancora lontana.
Sulle
prospettive di crescita dell’Unione Europea pesa, inoltre, l’apprezzamento
dell’euro
che si riflette in un peggioramento della competitività. In particolare, pesano
le
potenzialità di sviluppo dell’export dell’area asiatica, soprattutto quelle della Cina,
favorite
dall’ancoraggio del renminbi-yuan al dollaro americano (su un rapporto di 8,28
renminbi-yuan
per dollaro).
EFFETTI DELL’INTEGRAZIONE COMMERCIALE DELLA CINA
NELL’ECONOMIA MONDIALE
Il crescente grado di apertura dell’economia cinese, accompagnato
dal processo
di riforme e dal recente ingresso nella Organizzazione Mondiale
del Commercio
(WTO), ha rappresentato un nuovo fattore propulsivo dello sviluppo
di quel paese.
Dopo essere cresciuta a ritmi vicini al 10 per cento nel corso
degli ultimi 20 anni, la
Cina ha continuato a registrare tassi di crescita sostenuti anche
durante l’attuale fase
di debole congiuntura internazionale. La Cina rappresenta oggi la
settima maggiore
economia mondiale e la seconda destinazione dei flussi di
investimenti diretti, essenziali
per l’acquisizione di tecnologia innovativa. La crescita
dell’economia cinese, pari all’8
per cento nel 2002, è stata trainata da un forte aumento delle
esportazioni (21,2 per
cento), in particolare di prodotti elettronici e tessili. La
domanda estera dovrebbe
0
200
400
600
800
1000
1200
1400
1600
1800
gen
-99
apr-
99
l
ug-99
ott-99
gen-
00
apr
-
00
lu
g-00
ott-0
0
gen-01
apr
-
01
l
ug-01
ott-0
1
gen
-02
apr
-
02
lu
g-02
ott-02
gen-03
apr
-
03
USA Giap pone Germania Area euro
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
5
continuare a fornire un contributo decisivo alla crescita del PIL
del paese (superiore al
7 per cento nei prossimi due anni, secondo le previsioni del FMI).
Nel corso degli ultimi anni la Cina ha progressivamente ampliato
la propria
quota di mercato sulle esportazioni mondiali (dal 4,7 al 6,6 per
cento tra il 1997 e il
2002), favorita anche dall’elevato tasso di sviluppo dell’area
geo-economica cui
appartiene.
Figura 1 - Quote di mercato sulle esportazioni mondiali per
settore - Anni 1997-2002
Fonte: Elaborazioni su dati ICE
I settori in cui i guadagni sono stati maggiori sono il tessile,
l’ICT (Information
and
Communication Technology), l’elettronica e strumenti di precisione e la
meccanica. Per quanto riguarda il mercato cinese, si registra una
graduale erosione
delle quote di import dalla maggior parte delle economie avanzate, a cui si
contrappone un aumento di quella dell’Asia Orientale (ad eccezione
del Giappone).
—— Cina —— Stati Uniti —— Italia ------- Francia —— Germania
Te ss ili
0
4
8
12
16
20
199 7 1998 1999 2000 2001 2002
Cuoio e calzature
0
5
10
15
20
25
30
19 97 199 8 19 99 2 00 0 2 00 1 2 00 2
Meccanica
0
4
8
12
16
20
199 7 19 98 19 9 9 20 0 0 20 01 20 02
ICT, elettr onica, pre cis ione
0
4
8
12
16
20
1997 1998 1999 2000 2001 2002
Metalli e prodot ti in metallo
0
2
4
6
8
10
12
199 7 199 8 199 9 2 00 0 20 01 2 00 2
Abbigliamento
0
5
10
15
20
25
199 7 199 8 19 99 20 00 2 00 1 2 00 2
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
6
Tavola 1: Quote di mercato delle principali economie sulle
importazioni della Cina
Fonte: ICE
In una prospettiva di lungo periodo il mercato cinese offrirà
opportunità di
sbocco interessanti. Tuttavia gli standard di vita di quel paese
sono ancora molto
lontani da quelli sia delle maggiori economie avanzate, sia dei
paesi asiatici. Secondo i
dati della Banca Mondiale, riferiti al 2001, il reddito pro-capite
cinese (calcolato sulla
base dello stesso potere di acquisto) risulta pari a circa un
sesto di quello di Italia,
Francia e Germania; alla metà circa di quello della Malesia, ad un
terzo del reddito
pro-capite della Corea.
Il ruolo trainante dell’economia degli Stati Uniti nella ripresa
mondiale
Le
prospettive di ripresa dell’economia mondiale appaiono connesse allo sviluppo
della
congiuntura negli Stati Uniti. Infatti, né l’area dell’euro né il Giappone
sembrano
oggi
in grado di svolgere un ruolo trainante della crescita globale.
Nell’area
dell’euro, l’economia tedesca risente degli effetti dell’unificazione del
paese
e, dopo aver registrato negli ultimi tre anni il più basso tasso di crescita
tra i paesi
aderenti
all’Unione Monetaria, non manifesta segni di ripresa. La domanda è debole a
causa
dell’elevata disoccupazione, della elevata pressione fiscale, degli alti tassi
di
interesse
reali, degli effetti dell’interazione tra difficoltà societarie e rischi nel
sistema
finanziario,
dell’incertezza relativa alle riforme nel mercato del lavoro ed alle misure di
consolidamento
fiscale necessarie per rispettare i parametri fissati a livello europeo.
Senza
il decisivo contributo della domanda estera, difficilmente la Germania potrà
beneficiare
di una significativa ripresa dell’attività economica. Destano interesse le
recenti
proposte di riduzione del carico fiscale.
Anche
in Giappone, le prospettive di sviluppo sono condizionate da una domanda
interna
molto debole. I consumi sono frenati dall’elevata disoccupazione e dai bassi
salari,
con un tasso di risparmio che è ormai sceso ai minimi storici. Gli
investimenti,
pur
mostrando qualche segno di recupero nel primo trimestre di quest’anno, sono
condizionati
dalla ripresa della domanda estera.
1993 1998 1999 2000 2001 2002
UE 15,2 14,8 15,4 13,7 14,6 13,1
Italia 2,6 1,6 1,6 1,4 1,6 1,5
Francia 1,6 2,3 2,3 1,8 1,7 1,4
Germania 5,8 5,0 5,0 4,6 5,6 5,6
Regno Unito 1,6 1,4 1,8 1,6 1,5 1,1
Stati Uniti 10,3 12,1 11,8 9,9 10,8 9,2
Asia Orientale 44,4 47 46,6 46,1 44,4 47,3
Giappone 22,5 20,2 20,4 18,5 17,6 18,1
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
7
Le previsioni per il 2003
Sulla
base di queste prime e parziali indicazioni è prematuro affermare che sia
iniziata
una nuova fase di sviluppo duraturo dell’economia mondiale; anzi, emergono
segnali
di deflazione in alcune aree.
Vi
sono, tuttavia, motivi per ritenere che l’economia mondiale si andrà
rafforzando
progressivamente già nella seconda metà dell’anno, sostenuta dalla
graduale
accelerazione dell’attività economica negli Stati Uniti.
Secondo
tale scenario, che raccoglie oggi importanti consensi, i paesi
industrializzati
registreranno un’espansione dell’attività economica pari all’1,7 per
cento,
non diversa dai risultati dell’anno precedente. La crescita attesa per gli
Stati Uniti
è
pari al 2,2 per cento, per effetto di una dinamica congiunturale dello 0,8 per
cento nel
primo
semestre e dell’1,4 per cento nel secondo. L’aumento atteso del PIL è invece
meno
marcato, sia nell’area dell’euro (0,8 per cento, in linea con il risultato
dell’anno
precedente),
sia in Giappone (0,5 per cento).
Tavola I.1 - Variabili internazionali rilevanti per l’Italia
(variazioni percentuali)
Fonte: Elaborazioni e stime su dati OCSE, FMI, Commissione Europea
e statistiche nazionali
Il
commercio mondiale, riflettendo l’accelerazione della produzione nella seconda
metà
del 2003, è previsto aumentare in media del 5 per cento, ad un tasso superiore
rispetto
all’anno precedente (3,2 per cento) ma ancora inferiore al trend storico. Sul
totale
delle esportazioni, si espandono le quote degli Stati Uniti e dei paesi la cui
valuta
è
legata al dollaro, in particolare la Cina.
I
prezzi espressi in euro delle materie prime non energetiche e dei manufatti
caleranno
per effetto dell’apprezzamento del tasso di cambio nominale della valuta
europea
(stimato, in media d’anno, di poco superiore al 20 per cento).
2001 2002 2003
P IL
- PAESI INDU STR IALIZZATI 0,8 1,7 1,7
- USA 0, 3 2,4 2,2
- G IAPPONE 0,4 0,3 0,5
- U.E. (15 pa esi) 1,5 1,0 1,0
- UEM (12 pa esi) 1,4 0,8 0,8
- FR ANC IA 1,8 1,2 1,0
- GERMA NIA 0,6 0,2 0,3
- REG NO UN ITO 2,0 1,8 2,0
- S PAG NA 2,7 2,0 1,8
- MO NDO escluso UE 2,4 3,3 3,5
- MO NDO 2,3 3,0 3,1
C OMMER C IO MON DIALE -0,1 3,2 5,0
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
8
Figura I.3 - Cambio dollaro-euro
Fonte:BCE.
Nei
prossimi mesi il prezzo del petrolio dovrebbe oscillare intorno alle quotazioni
attuali,
circa 25 dollari a barile, le quali rappresentano il valore centrale della
“forchetta”
fissata dall’OPEC. In media d’anno, il prezzo si assesterebbe sui 26 dollari,
tenuto
conto delle elevate quotazioni raggiunte nei primi mesi dell’anno.
Tavola I. 2 – Prezzi internazionali
(variazioni percentuali)
Fonte: Elaborazioni e stime su dati OCSE, FMI, Commissione Europea
Il
tasso di inflazione è previsto in discesa ma, coerentemente con l’ipotesi di
politiche
economiche orientate in senso espansivo ed in presenza di uno scenario di
ripresa
graduale dell’attività economica, il pericolo di deflazione generalizzata
appare
non
significativo, in particolare distinguendo la riduzione dei prezzi legata alla
2001 2002 2003
- PET RO LIO c if (d olla ri/b ar ile ) 23,6 24,0 2 6
,2
( eu ro /ba rile ) 26,3 25,4 2 2 ,8
- A LT RE M AT ERI E PRIM E
- in d olla ri -8,0 -1 ,4 9 ,4
- in eur o -5,1 -6 ,6 -1 0 ,1
- M AN U FA T TI
- in v alu te na z ion ali 1,1 -1 ,3 -0 ,5
- in e ur o ( pe r l'Ita lia ) 0,7 -3 ,1 -7 ,0
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
9
debolezza
della domanda (Giappone e Germania) da quella dovuta ad aumenti della
produttività
(Stati Uniti).
Figura I. 4– Tassi medi di inflazione
Fonte: FMI; Indice dei prezzi al consumo
DEFLAZIONE: ASPETTI TEORICI E RISCHI NELL’ATTUALE
CONGIUNTURA
A livello teorico, si definisce “deflazione” il costante declino
osservato in un
indice aggregato che misura i prezzi, quale quello dei prezzi al
consumo o il deflatore
del PIL. Una riduzione dei prezzi per uno o due trimestri
consecutivi, pur se
tecnicamente costituisce una deflazione, non è motivo di
preoccupazione. Tuttavia,
anche una lieve, ma costante, deflazione può avere conseguenze
sfavorevoli: aumenta
l’incertezza economica, svia una corretta allocazione delle
risorse, comporta effetti a
livello distributivo, aggrava il peso del debito e riduce il tasso
di crescita.
Sia lo shock da domanda che quello da offerta possono portare alla deflazione.
Nel primo caso alla discesa dei prezzi è probabile che si accompagni
la caduta della
domanda di beni e servizi, mentre nel secondo caso potrebbe
verificarsi un aumento
della produzione. Ciononostante, la deflazione è raramente
benigna. A prescindere
dall’origine dello shock, essa, infatti, conduce ad una redistribuzione del reddito dai
debitori ai creditori e a distorsioni nel processo di
intermediazione creditizia.
Inoltre, visto che il tasso di interesse non può scendere sotto lo
zero, l’efficacia
della politica monetaria diviene limitata, particolarmente quando
la produzione è in
declino. Una persistente deflazione rischia di trasformarsi in una
spirale deflazionistica
di caduta dei prezzi, della produzione, dei profitti e
dell’occupazione.
Qualche rischio che l’attuale situazione di basse pressioni
inflazionistiche
degeneri in una spirale deflazionistica, con conseguenze negative
per crescita e
occupazione, permane in alcune economie. In Germania ed in
Giappone, ad esempio, la
debolezza della domanda interna si associa ad un marcato declino
delle quotazioni
0
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
1970-79 1980-89 1990-99 2000-03
Paesi industrializzati Economie in via di sviluppo
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
10
azionarie cui si somma anche, diversamente dalla maggior parte
degli altri paesi, una
riduzione di valore degli immobili. Inoltre, entrambi i paesi
fronteggiano una situazione
di fragilità del sistema creditizio che potrebbe amplificare gli
effetti della congiuntura
negativa attraverso fenomeni di contrazione dell’offerta di
credito (credit
crunch)
e un
inasprimento delle condizioni dei finanziamenti. Infine, sia in
Germania sia in
Giappone, le leve a disposizione delle autorità di politica
economica per sostenere la
domanda interna sono limitate. In Giappone, il debito pubblico ha
raggiunto livelli
elevati e la politica monetaria ha perso efficacia trovandosi, con
tassi di interesse
nominali prossimi allo zero, in quella che è nota come trappola
della liquidità. In
Germania, la flessibilità delle politiche economiche è ancora più
limitata, essendo il
deficit pubblico a livelli superiori al 3 per cento nel 2002 e non
disponendo degli
strumenti del tasso di interesse e del cambio.
Figura 1 – Output gap e deflatore del PIL: Giappone e Germania
Fonte: Elaborazioni e stime su dati OCSE
Nelle altre principali economie, invece, i rischi di deflazione
appaiono limitati
dalle migliori prospettive di tenuta della domanda interna sulla
quale agiscono la
maggiore robustezza del sistema bancario e la crescita del valore
del patrimonio
immobiliare, che compensa in parte gli effetti della riduzione
della r icchezza azionaria.
Negli Stati Uniti, in particolare, i consumi hanno continuato a
crescere e la riduzione
dell’inflazione in atto, essendo dovuta in larga parte ad aumenti
di produttività
(disinflazione da offerta), non indicherebbe rischi di recessione.
L’elevata crescita della
produttività permette di incrementare i salari e quindi sostenere
i consumi e il reddito;
lo stimolo alla domanda interna attuato attraverso l’adozione di
politiche fiscali e
monetarie efficacemente espansive contribuisce, infine, a limitare
ulteriormente tali
rischi.
GIAPPONE
-3
-2
-1
0
1
2
3
1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003
Output gap Deflator e del PIL
GERMANIA
-3
-2
-1
0
1
2
3
1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003
Out put gap Def latore del PIL
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
11
Figura 2 - Output gap e deflatore del PIL: USA
Fonte: Elaborazioni e stime su dati OCSE
I.2 Le prospettive di medio termine
Nella
fase di elevata incertezza che si è aperta dopo l’11 settembre del 2001,
formulare
previsioni economiche è diventato un esercizio ancora più difficile e
rischioso,
come mostrano le drastiche revisioni nelle stime della crescita effettuate dai
principali
centri di ricerca e organizzazioni internazionali negli ultimi trimestri. Con
un
limitato
grado di prudenza si può, tuttavia, ipotizzare una ripresa dell’espansione
dell’attività
economica nella parte finale dell’anno in corso che si andrebbe
consolidando
negli anni successivi. Trainata dagli Stati Uniti, essa consentirà un
progressivo
restringimento dell’output gap in tutti i paesi europei e delle principali aree
del
mondo. Si prevede che le principali economie, una volta superate le attuali
difficoltà,
tornino a tassi di crescita in linea con il trend di lungo periodo.
USA
-3
-2
-1
0
1
2
3
1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003
Output gap Deflatore del PIL
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
12
Tavola I.3 – Variabili internazionali rilevanti per l’Italia
(variazioni percentuali medie annue)
Fonte: Elaborazioni e stime su dati OCSE, FMI, Commissione Europea
e statistiche nazionali
La
crescita dei paesi industrializzati è prevista accelerare al 2,7 per cento nel
2004
e
rimanere all’incirca su tali tassi nel triennio seguente. L’aumento del PIL dovrebbe
risultare
maggiore negli Stati Uniti (intorno al 3,5 per cento sin dal 2004), più
moderato
in
Giappone (1,2 per cento circa nel periodo 2004-2007); nell’area dell’euro, il
tasso di
sviluppo
raggiungerebbe il 2 per cento nel 2004 e il 2,2 per cento negli anni
successivi.
Lo
scenario previsivo di medio termine sconta, come già ricordato, l’ipotesi di
una
sostanziale
invarianza della capacità di crescita delle singole economie rispetto a quella
espressa,
in media, nell’ultimo decennio. L’espansione negli Stati Uniti nel periodo
2004-2007,
seppure sostenuta, rimane inferiore a quella sperimentata nella seconda
metà
degli anni novanta. Un andamento dei mercati azionari più cauto, gli effetti di
una
legislazione
più severa in tema di contabilità societaria, la necessità di ridurre il
livello
di
indebitamento da parte di famiglie e imprese, determinano una crescita più
moderata
della
domanda interna. Tali dinamiche sono compatibili con una graduale correzione
dei
“twin deficits”, del bilancio pubblico e della
bilancia dei pagamenti corrente. In
Giappone,
la crescita risulta frenata dal previsto ridimensionamento - rispetto alla
tendenza
degli ultimi venti anni - della crescita delle importazioni delle economie
asiatiche
(che rappresentano un importante mercato di sbocco delle esportazioni
giapponesi).
Per quanto riguarda l’Unione Monetaria, le difficoltà strutturali della
Germania
si riflettono sull’intera area, riducendo le potenzialità di crescita
nell’intero
periodo
di previsione.
Il
commercio mondiale, riflettendo il rafforzamento della crescita dell’attività
economica,
è previsto tornare ad aumentare a tassi sostenuti sia nel 2004, quando il
volume
degli scambi potrà raggiungere l’8,5 per cento, sia, seppure con una dinamica
media 91-00 media 96-00 media 01-03 2004 2005 2006 2007
PIL
- PAESI INDUSTRIALIZZATI 2,7 3,2 1,4 2,7 2,9 2,8 2,8
- USA 3,2 4,0 1,6 3,6 3,5 3,4 3,4
- GIAPPONE 1,4 1,4 0,4 1,0 1,2 1,3 1,3
- U.E. (15 paesi) 2,2 2,7 1,2 2,0 2,4 2,3 2,3
- UEM (12 paesi) 2,1 2,6 1,0 1,9 2,3 2,2 2,2
- FRANCIA 1,9 2,8 1,3 2,0 2,5 2,3 2,3
- GERMANIA 1,9 1,8 0,4 1,5 2,0 1,9 1,8
- REGNO UNITO 2,3 2,9 1,9 2,5 2,6 2,6 2,6
- SPAGNA 2,7 3,8 2,2 2,6 3,2 3,0 3,0
- MONDO 3,3 3,9 2,8 4,0 4,2 4,1 4,1
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
13
più
moderata, nel triennio successivo, con un aumento compreso tra il 7,5 e l’8 per
cento.
Si
ipotizza, dopo un ulteriore ma molto limitato deprezzamento del dollaro nel
prossimo
anno, che a partire dal 2005 i tassi di cambio delle principali valute
oscillino
sostanzialmente
sui livelli medi del 2004. L’euro, quindi, è stimato stabilizzarsi nel
periodo
di previsione su un valore pari a 1,17 dollari, venendo così meno i fattori
depressivi
sulla crescita derivanti dalla perdita di competitività di prezzo subita dalle
esportazioni. Il prezzo del petrolio
dovrebbe rimanere intorno a 25 dollari a barile per
tutto
l’orizzonte previsivo (all’interno della forchetta OPEC).
I
prezzi di manufatti e delle materie prime non petrolifere sono previsti
aumentare
moderatamente,
coerentemente con l’andamento della domanda mondiale.
Tavola I. 4 - Prezzi internazionali (variazioni percentuali)
Fonte: Elaborazioni e stime su dati OCSE, FMI, Commissione Europea
Nel
medio periodo, le pressioni inflazionistiche risultano ridotte in tutte le aree,
proseguendo
il trend
discendente
in atto nell’ultimo decennio. Nei paesi industrializzati,
solo
in Giappone si manifesta un fenomeno di contrazione dei prezzi. Nel complesso
dell’area
dell’euro non sembrano sussistere rischi di deflazione.
Il
consiglio direttivo della BCE lo scorso 8 maggio in occasione del riesame della
strategia
della politica monetaria ha rimodulato il proprio orientamento ponendo come
obiettivo
il perseguimento di un inflazione su livelli prossimi al 2 per cento.
La
ripresa dell’economia mondiale dovrebbe consentire alla Germania di evitare
una
prolungata contrazione dei prezzi; in effetti il tasso di inflazione medio nel
periodo
2004-2007
dovrebbe essere dello 0,8 per cento.
2004 2005 2006 2007
- PETROLIO cif (dollari/barile) 25,0 25,0 25,0 25,0
(euro/barile) 21,3 21,3 21,3 21,3
- ALTRE MATERIE PRIME
- in dollari 4,0 1,5 1,5 1,5
- in euro 1,9 1,5 1,5 1,5
- MANUFATTI
- in valute nazionali 3,1 1,0 1,2 1,2
- in euro (per l'Italia) 2,3 1,0 1,2 1,2
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
14
Tavola I. 5 - Tassi medi annui di inflazione
* Deflatore dei consumi privati
Fonte: Elaborazioni e stime su dati OCSE
I
principali elementi di rischio presenti nello scenario delineato riguardano
potenziali
effetti depressivi sulla crescita. Essi potrebbero derivare da un aumento della
propensione
al risparmio delle famiglie al fine di ricostituire lo stock di ricchezza, che
sarebbe
più marcato nel caso di sgonfiamento dei prezzi dei beni immobiliari. Un
ulteriore
effetto di riduzione della propensione alla spesa del settore privato americano
è
rappresentato
dal tendenziale deterioramento dei conti pubblici. Se, infine, la crescita
dell’economia
americana non venisse seguita da una sufficiente ripresa nelle altre
principali
economie, lo squilibrio della bilancia dei pagamenti corrente statunitense
potrebbe
ampliarsi e la sua correzione richiedere una riduzione della domanda interna,
con
il propagarsi degli effetti restrittivi a livello internazionale. Viceversa, se
la crescita
delle
altre economie risultasse troppo sostenuta, le difficoltà di una rapida
reversibilità
delle
misure fiscali espansive potrebbero tradursi in rischi di surriscaldamento
dell’economia
americana.
1991-00 1996-00 2001-03 2004-07
- PAESI INDUSTRIALIZZATI 4,3 3,5 2,3 1,3
- USA 2,3 1,8 1,8 1,2
- GIAPPONE 0,4 -0,2 -1,5 -1,6
- AREA EURO 2,9 1,8 2,1 1,6
- GERMANIA 2,3 1,3 1,4 0,8
- FRANCIA 1,8 1,1 1,4 1,4
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
15
FATTORI GEO-POLITICI E SCENARIO INTERNAZIONALE
La fase congiunturale che abbiamo attraversato non può essere
considerata come
il ripetersi di una normale fase ciclica, come quelle che
avvengono periodicamente
nelle economie di mercato. Fattori eccezionali di natura
geo-politica condizionano
pesantemente le aspettative degli operatori e determinano un
andamento congiunturale
difficilmente prevedibile. Eventi specifici, quali l’11 settembre,
la guerra in
Afghanistan, quella in Iraq, dovrebbero avere effetti di natura
solamente transitoria
sull’economia. E’ però evidente che proprio la successione
continua di eventi sopra
menzionata si presta anche ad una chiave di lettura diversa. Il
fatto che si succedano
ripetuti episodi di instabilità politica potrebbe essere assunto
nello scenario di medio
termine come un fattore sistematico in grado di incidere in modo
permanente sui tassi e
sui ritmi di investimento. Nello scenario politico internazionale
restano tensioni in
diverse aree geografiche, in particolare nel Medio Oriente. Una
evoluzione degli eventi
nella direzione indicata condurrebbe a delineare uno scenario in
cui i rischi sistemici
tendono a prevalere. Nell’ipotesi in cui il consolidarsi di questi
episodi si trasferisca in
un incremento strutturale dell’incertezza, occorre valutare il
modo in cui le scelte degli
individui possano essere alterate. Da un lato, infatti, la minor
fiducia posta nel futuro
può essere fonte di maggior risparmio privato e, non
necessariamente, sortire effetti
avversi nel medio periodo per il ciclo economico. Dall’altro,
però, una maggiore
avversione al rischio potrebbe incidere sull’allocazione delle
risorse. In particolare,
progetti d’investimento con ricavi attesi elevati, ma
caratterizzati da più alto rischio e
con rendimenti posticipati nel futuro, avrebbero difficoltà ad
essere finanziati,
limitando la capacità espansiva del sistema economico in
aggregato. Inoltre, il
persistere di una bassa propensione al consumo, riducendo le
prospettive di domanda,
avrebbe comunque un effetto sfavorevole sulla dinamica degli
investimenti delle
imprese.
Se sul fronte interno gli effetti di una recrudescenza delle
tensioni geopolitiche
sarebbero avversi (rinvio dei consumi, stagnazione degli
investimenti), non migliore è
la prospettiva sul fronte esterno. Fenomeni d’introversione degli
scambi potrebbero
sensibilmente attenuare le dinamiche future del commercio
mondiale, influendo
significativamente sulle economie maggiormente dipendenti dalla
domanda estera,
ovvero quelle dei paesi emergenti, ma non solo. Infine, non si può
escludere che la
localizzazione delle maggiori tensioni politiche nel Medio Oriente
non conduca a
sensibili rialzi della quotazioni del greggio, nonostante la
contestuale dinamica
stagnante della domanda.
Sebbene sia di difficile quantificazione la durata e l’intensità
con cui questo
quadro potrebbe prodursi, la fiducia degli operatori riveste un
ruolo di fondamentale
importanza nei sistemi economici moderni, caratterizzati da un
elevato grado di
“finanziarizzazione” e, quindi, di sensibilità ai comportamenti.
Il miglioramento delle
condizioni di stabilità politica internazionale potrà contribuire
a ripristinare la fiducia
degli operatori, come è già accaduto in modo parziale.
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
16
I.3 Il processo di allargamento dell’Unione Europea
Lo
scorso 16 aprile, ad Atene, i 15 membri dell’UE e 10 paesi in via di adesione
(Cipro,
Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica
Slovacca,
Slovenia e Ungheria) hanno siglato il Trattato di Adesione, che dovrà essere
ratificato
per mezzo di referendum popolari, già tenutisi con esito positivo in diversi
paesi.
La ratifica del Trattato implica che, dal 1 maggio 2004, questi dieci paesi
entreranno
a far parte dell’UE al fianco degli attuali membri con gli stessi obblighi e
gli
stessi
diritti.
La
Comunità Economica Europea, che originariamente contava sei membri
(Belgio,
Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi), si è “allargata” in ben
quattro
occasioni e conta oggi 15 paesi, tra le più avanzate economie dell’Europa
occidentale.
L’allargamento verso est presenta caratteristiche peculiari e pone sfide
nuove:
è significativo per il numero di paesi coinvolti - in termini assoluti è il più
grande
allargamento in termini di popolazione e il secondo per superficie - anche se
il
peso
economico dei paesi in via di adesione è relativamente modesto. L’allargamento
in
corso
ridisegna radicalmente i confini dell’UE e introduce un importante elemento di
diversità,
economica e culturale: in termini di PIL pro-capite, i paesi in via di adesione
sono,
infatti, notevolmente più poveri degli attuali membri dell’UE, con forti divari
interni
e una tendenza a strutture istituzionali centralizzate. A eccezione di Cipro e
di
Malta,
si tratta di paesi appartenenti all’ex blocco sovietico che stanno completando
il
processo
di transizione da sistemi economici pianificati a economie di mercato. Infine,
le
caratteristiche istituzionali dell’UE sono molto cambiate: l’attuale (quinta)
fase di
allargamento,
a differenza delle precedenti, si colloca nel contesto di un’Europa che,
oltre
alla cooperazione economica e tecnica, ha già intrapreso la via di una stretta
cooperazione
in molteplici settori quali la politica sociale, l’occupazione, la giustizia,
il
diritto
di asilo e di immigrazione, la politica estera, la sicurezza e la difesa.
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
17
Tavola I.6 – Le fasi di allargamento dell’Unione Europea
Fonte: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e
Commissione Europea.
(*) miliardi di dollari
Nel
2002, l’attività economica nei paesi in via di adesione si è mantenuta
relativamente
robusta, nonostante il rallentamento globale: la crescita media del PIL è
stata
pari al 2,4 per cento; si sono registrati ulteriori progressi nel processo di
disinflazione
in tutti i paesi dell’area. Anche per il 2003 le previsioni di crescita sono
positive
(3,1 per cento), grazie alla buona tenuta della domanda interna e alla ripresa
delle
esportazioni.1
1Dal punto di vista della specializzazione internazionale, il
processo di transizione ha comportato un riorientamento
delle esportazioni e delle importazioni di questi paesi. Da esport
atori netti di materie prime
e beni ad alta intensità di capitale, gran parte di questi paesi
sono divenuti esportatori netti di beni ad alta
intensità di lavoro. Anche il modello geografi co di
specializzazione è mutato: fino alla fine degli anni
ottanta il commercio era principalmente indiri zzato verso est,
adesso Germani a e Italia sono i principali
partner commerciali.
P opolazione Area PIL
(mili oni) (mig lia ia di Km ) 2 (bas
ato sulla PPA,
in mili oni di d oll ari)
Allargamento
da 6 a 9 (Danimarca, Irla nda e Reg no
Can didati 6 4,3 358,2 2 67,9
EU-6 209,4 1279 ,8 8 54,3
Can didati /EU-6
( )
3 0,7 28 31,4
Allargamento
da 9 a 1 0 (Grecia)
Can didati 9,7 1 31,9 55
EU-9 278,5 1638 2521 ,3
Can didati /EU-9 3,5 8 ,1 2 ,2
Allargamento
da 10 a 12 (Portogal lo e Spag na)
Can didati 48,5 5 97,1 4 03,2
EU-10 290 1769,9 3497 ,4
Can didati /EU-10 16,7 33,7 11,5
Allargamento
da 12 a 15 (Austri a, Finla ndia e Svezi a)
Can didati 22 8 70,9 4 43,7
EU-12 350 2367 ,1 6780 ,5
Can didati /EU-12 (%) 6,3 36, 8 6 ,5
Allargamento 200 4:
da 15 a 25 (Cipro, E stoni a, L ettoni a, L itua nia ,
Pol oni a, Repubbli ca Ceca, S lov acchia,
Ungheria)
2001 200 2
Can didati 7 4,8 738,1 8 65,5
EU-15 373,3 3238 7925
Can didati /EU-15 20 22,8 10,9
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
18
Tavola I.7 - Paesi in via di adesione all’UE: principali
indicatori economici
Fonti: Bloomberg, Commissione Europea e Eurostat
In
questo contesto, il principale elemento di vulnerabilità è rappresentato
dall’evoluzione
dei conti pubblici di questi paesi. La spesa pubblica è prevista in
aumento
nei prossimi anni, per far fronte al finanziamento del processo di
modernizzazione
di queste economie, agli investimenti in capitale fisico e umano, al
miglioramento
degli standard ambientali, nonché alle spese connesse
all’invecchiamento
della popolazione, proprio nella fase in cui la disciplina fiscale
dettata
dalla transizione all’Unione monetaria diventerà più stringente per i paesi che
intendono
adottare l’euro al più presto. Inoltre, molti fra i paesi in via di adesione
hanno
registrato
significativi disavanzi nei conti con l’estero, quasi interamente finanziati da
2002 2003 2004 2002 2003 2004
Cipro 2 2 3,8 -5,3 -4,3 -3,5
Estonia 5,6 4,9 5,1 -12,3 -10,3 -7,5
Lettonia 6,1 5,5 6 -7,8 -8,5 -8,6
Lituania 5,9 4,5 5 -4,4 -3 -2,6
Malta 3 3,1 3,7 -4,7 -4,9 -4,2
Polonia 1,3 2,5 3,7 -3,6 -4,2 -4,3
Rep Ceca 2 2,8 3,9 -3,1 -4,1 -2,4
Rep Slov 4,4 3,7 4,5 -8,2 -6,9 -6,2
Slovenia 3 3,4 3,7 1,8 1,4 1,3
Ungheria 3,3 3,7 4,1 -4,1 -4,4 -3,7
2002 2003 2004 2002 2003 2004 2002 2003 2004
Cipro 2,8 4,3 2,2 -3,5 -4 -3,5 55,6 53,9 52,4
Estonia 3,6 3,5 4 1,3 -0,5 -0,6 5,8 3,7 3,7
Lettonia 1,9 2,5 3 -2,5 -2,9 -2,6 15,2 18,2 19,6
Lituania 0,3 1 2,5 -1,8 -1,9 -2 22,7 24,1 24,2
Malta 2,2 2,7 2,4 -6,1 -5,2 -4,1 66,4 65,3 63,4
Polonia 1,9 1,1 2,3 -4.2 -4,2 -4 41,8 44,7 44,9
Rep Ceca 1,4 1,5 2,8 -6,5 -6,3 -5,9 27,1 27,8 31,3
Rep Slov 3,3 8,8 7,4 -7,7 -5,3 -3,8 42,6 39,6 39,4
Slovenia 7,5 6 5,5 -1,8 -1,5 -1,2 28,3 26,1 25,2
Ungheria 5,3 5 4,5 -9,1 -4,9 -3,7 56,1 55 53
4,92
3,35 (5 anni)
6,34
5,67 (gen)
5,48
5,64
3,41
feb-03
4,83 (gen)
5,20 (5 anni)
4,99
Debito pubblico
(% del PIL)
Tassi di interesse
(rendimenti di t itol i
governativi a 10 anni)
55,1 5,8
Inflazione
(tasso di crescita
annuale dei prezzi al
Saldo di bilancio
(% del PIL)
48,2 18,5
72,6 6,4
40,5 20
59,2 7,3
39,6 16,9
55 (1999) 6,9
40,3 10,3
34,9 12,3
2002 2002
74 3,3
Saldo delle Partite Correnti
(% del PIL)
Disoccupazione
(% del la forz a lavoro)
PIL
(tasso di crescita annuale)
PIL pro capite
(basato su SPA,
% del la media UE)
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
19
notevoli
investimenti diretti dall’estero.2 Anche nello scorso biennio, nonostante la
caduta
degli investimenti diretti a livello mondiale, gli investimenti verso i paesi
in via
di
adesione sono aumentati, raggiungendo circa 29 miliardi di dollari nel 2002.3
L’allargamento
dell’UE, al di là della portata politica dell’evento, offre importanti
vantaggi
di natura economica: si stima che l’allargamento possa avere un impatto
positivo
sulla crescita, sia per i paesi dell’UE, sia per i paesi candidati4, grazie al
migliore
sfruttamento delle economie di scala e dei vantaggi comparati.5 Analisi
esistenti
mostrano che per l’UE, e per l’Italia in particolare, il commercio effettivo è
minore
del commercio potenziale con molti dei paesi in via di adesione, indicando che
la
piena integrazione dei mercati dei beni potrà portare a creazione di commercio6.
D’altra
parte, potrebbero esserci alcuni effetti negativi: un aumento della
concorrenza,
soprattutto per le imprese dei paesi UE che producono beni tradizionali ad
elevata
intensità di lavoro; un riorientamento degli investimenti diretti esteri (IDE)
già
programmati
verso alcune regioni dell’UE; cambiamenti nella politica di intervento e di
bilancio
dell’UE, in particolare, a causa della dimensione elevata del settore agricolo
e
del
basso livello di reddito pro-capite7 di questi paesi.
2Fra il 1995 e il 2000, gli investimenti diretti hanno finanziato
da un minimo del 54 per cento (1996) a un
massimo dell’80 per cento (1998) dei disavanzi commerciali dei
paesi in via di adesione, aumentando
complessivamente del 142 per cento.
3La maggior parte di questi investimenti ha avuto origine nei paesi
europei: Germania, Olanda, Austria,
Francia, Regno Unito e Italia.
4Ad
esempio, Fritz Breuss, in Consequences
of EU Enlargement for Macroeconomic Stability in
Euroland (2002), stima un impatto positivo sulla crescita
di circa lo 0,5 per cento del PIL reale dell’UE-
15 e benefici molto più elevati per i paesi candidati.
5I benefici derivanti dall’allargamento possono essere distinti in
benefici statici e dinamici. Avere benefici
statici dal lato della produzione vuol dire che la creazione è
maggiore della diversione di commercio.
Molti studi sottolineano che tali benefi ci derivano dalla
complementarietà dei sistemi produttivi dei paesi
UE e candidati. I benefici dinamici, invece, derivano dall’effetto
dell’integrazione dei mercati dei fattori
produttivi sulle determinanti della crescita. Ad esempio, secondo
la teoria della crescita endogena,
l’aumento della dimensione può indurre maggiore accumulazione di
capitale che, a sua volta, comporta
un aumento di produttività; ciò permette di spostare le economie
su sentieri di crescita più elevati
6 Recenti studi mostrano, inoltre, che per l’Italia il divario tra
commercio potenzi ale ed effettivo è
maggiore che per la Germania (Bertolini e Montanari, 2002,
L’Integrazione Commerciale tra l’ UE e i
PECO, Rivista di Politica Economica IX-X, Settembre-Ottobre, p.
35-53).
7Per quel che riguarda il bilancio, l’UE dal 2000 a oggi ha
investito 3 miliardi di euro; secondo l’accordo
raggiunto a Copenhagen nel 2002, entro l a fine del 2006 il costo
finanzi ario dovrà essere limitato a 40,8
miliardi di euro, comprese le sovvenzioni agri cole, le in
frastrutture, gli aiuti a finalità regionale e i fondi
speciali. L’incidenza dell’ampliamento sul bilancio UE dopo il
2007 dipenderà dall’eventuale ri forma del
bilancio stesso.
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
20
II – L’EVOLUZIONE DELL’ECONOMIA ITALIANA
II.1 L’economia italiana nel 2003
Recenti sviluppi
Nell’ultima
parte dello scorso anno l’economia italiana ha dato segnali di
recupero,
sostenuta dalla ripresa dei consumi e degli investimenti. Questi ultimi,
stimolati
dagli incentivi governativi, sono cresciuti, rispettivamente, del 2,3 per cento
e
del
3,7 per cento, nel terzo e nel quarto trimestre, in netta controtendenza
rispetto
all’esperienza
degli altri paesi europei. Anche i consumi delle famiglie, per effetto dei
provvedimenti
fiscali e di altre misure di supporto della domanda varate dal Governo,
hanno
mostrato una decisa accelerazione nella seconda metà dell’anno. Grazie
all’insieme
di tali interventi, la politica economica ha offerto un sostegno alla crescita
nel
momento in cui si veniva affievolendo l’impulso della domanda estera.
Figura II.1 - Consumi ed investimenti nel 2002 - confronti europei
Fonte: Elaborazioni su dati della Commissione Europea
GLI EFFETTI SUL CICLO DI MISURE FISCALI ALTERNATIVE:
UN’ANALISI CONTROFATTUALE PER IL BIENNIO 2002-2003
Nel primo biennio di attività del nuovo governo, la politica
fiscale, e più in
generale la politica economica, ha avuto il compito di coniugare
diverse esigenze. Da
un lato, rispettare gli impegni assunti in sede europea per il
risanamento della finanza
pubblica, evitando misure che inasprissero la pressione fiscale,
dall’altro, operare
Totale Spesa delle f amiglie - 2002
(var %)
-1
-0,5
0
0,5
1
1,5
2
2,5
3
Italia Germania Francia Area euro
es clus o Italia
Totale Investimenti - 2002
(var %)
-9
-7
-5
-3
-1
1
3
I talia Germania Francia Area euro escluso
Italia
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
21
interventi di natura strutturale con l’obiettivo di aumentare il
potenziale dell’economia.
Allo stesso tempo, la politica fiscale è stata chiamata a farsi
carico del finanziamento di
alcune misure che, pur avendo comunque riflessi positivi
sull’economia, traevano
origine principalmente da esigenze di carattere sociale e di
equità. A fare da sfondo
all’azione della politica economica negli ultimi due anni è stato
un andamento del ciclo
economico internazionale estremamente sfavorevole. All’indomani
della pubblicazione
del primo DPEF del nuovo governo (luglio 2001), che rispecchiava
prospettive,
largamente condivise, di una crescita sostenuta per gli anni 2002
e seguenti, è
subentrato un improvviso peggioramento della congiuntura. Tuttora
la ripresa si
manifesta più lenta ed incerta del previsto. In questo contesto,
il compito di portare
avanti le linee di azione in precedenza illustrate si è rivelato
estremamente arduo. La
caduta del tasso di crescita dell’economia rispetto al suo livello
potenziale ha
comportato rilevanti perdite in termini di gettito fiscale. Al
contempo, il sussistere di
condizioni di debolezza della domanda aggregata ha reso opportuna
l’adozione di
misure di stimolo alla ripresa dell’economia, con conseguente
aggravio per il bilancio
pubblico. In una prospettiva di progressivo avvicinamento verso un
saldo di bilancio in
pareggio, una fase ciclica sfavorevole – in assenza di interventi
di contrasto – può
determinare scostamenti dal sentiero di aggiustamento programmato.
D’altra parte,
misure di contenimento del deficit corrono il rischio di avere effetti pro-ciclici,
deteriorando ulteriormente la situazione economica. Gli interventi
di politica
economica varati negli ultimi due anni hanno avuto l’obiettivo di
contemperare le
contrapposte esigenze.
Tramite un’analisi controfattuale per il biennio 2002-2003, si
sono stimati gli
effetti sul ciclo economico di provvedimenti di bilancio
“tradizionali” e alternativi alle
misure in conto capitale varate dal governo. Queste ultime hanno
riguardato la
dismissione di beni immobili tramite operazioni di
cartolarizzazione, il rientro di
capitali dall’estero e, con riferimento al 2003, il condono
fiscale. Le cartolarizzazioni
hanno portato, nel 2002, ad un aumento del gettito pari a 8,8
miliardi di euro (la cifra
preventivata era di 7,75 miliardi); nel 2003 valutazioni
provvisorie indicano un incasso
di 3,5 miliardi di euro. Il rientro dei capitali dall’estero, che
nel 2002 ha generato
entrate aggiuntive nell’ordine di 1 miliardo di euro, per il 2003
dovrebbe fruttare
all’erario circa 2 miliardi. Le maggiori entrate legate ai
concordati e ai condoni, al
varo del provvedimento, sono state valutate in misura pari a 5,9
miliardi di euro. Lo
scenario base della simulazione incorpora la politica fiscale
effettivamente adottata dal
governo e riproduce – per il 2002 – l’andamento storico
dell’economia e – per il 2003
– il profilo di crescita attualmente previsto. Utilizzando il
modello econometrico del
Dipartimento del Tesoro, si è provveduto a simulare l’andamento
dell’economia
sostituendo alle entrate in conto capitale altre misure che,
invece, danno luogo a
riduzione del reddito disponibile delle famiglie (maggiori imposte
in conto corrente). Le
misure alternative, pur avendo – ex ante – lo stesso impatto
sul bilancio pubblico delle
misure effettivamente adottate, provocano un effetto restrittivo
maggiore sul ciclo.
Tavola 1 - Impatto delle misure alternative sul ciclo, scostamento
del tasso di crescita rispetto al
valore “base”
L’adozione di queste ipotetiche misure avrebbe ridotto la crescita
del PIL di 0,31
punti nel 2002 e di 0,24 nel 2003. Alla fine del biennio, il
livello del PIL sarebbe
2002 2003 2002 2003 2002 2003
-0,31 -0,24 -0,62 -0,97 -0,21 -0,56
PIL Consumi Investimenti
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
22
inferiore di 0,55 punti rispetto a quello stimato nelle ultime
previsioni. Le misure in
conto capitale adottate hanno pertanto consentito il contenimento
del deficit
minimizzando l’impatto sul ciclo economico. Il diverso
comportamento dell’economia
può essere spiegato con i diversi canali di trasmissione della
politica fiscale attivati
dalle due simulazioni. Le cartolarizzazioni, in una prima fase,
comportano un
passaggio di fondi da una società veicolo, che si procura i fondi
sul mercato dei
capitali, allo Stato: l’impatto di tale operazione sull’economia è
inizialmente nullo.
Infatti, la maggiore domanda di fondi da parte della società
veicolo è compensata da
una minore domanda da parte dello Stato (che ha visto ridotta di
un eguale ammontare
la propria necessità di finanziarsi sul mercato). Ne consegue che
i tassi d’interesse non
variano. Nel tempo, con il graduale passaggio del patrimonio
immobiliare ai privati, si
assiste ad una riduzione della ricchezza finanziaria delle
famiglie compensata da un
aumento di pari ammontare della ricchezza immobiliare.
Quest’ultimo effetto ha
iniziato ad operare nel 2003, ma l’entità è ancora irrilevante dal
punto di vista della
simulazione. Nei conti pubblici, gli importi relativi alle
cartolarizzazioni sono inseriti a
riduzione delle spese per gli investimenti pubblici. Misure quali
condoni, concordati e
rientro dei capitali, contabilmente si configurano come imposte in
conto capitale e, in
quanto tali, comportano una riduzione dell’accumulo di ricchezza
finanziaria degli
agenti economici. Un minore livello di ricchezza finanziaria
agisce sui consumi privati
e, tramite questi, sul PIL. La parte dell’imposta che grava sulle
imprese può essere
assimilata ad una riduzione dei profitti netti, con conseguenti
effetti sugli investimenti.
Per contro, le misure alternative introdotte nella simulazione
controfattuale
comportano, in via diretta, una riduzione del reddito disponibile.
Nel breve periodo ne
risulta una dinamica dei consumi – e quindi del PIL – inferiore
rispetto alla
simulazione base. Peraltro, alla crescita più bassa dello scenario
controfattuale non si
accompagna una riduzione del tasso di inflazione. Ciò è dovuto
all’accresciuto livello
della pressione fiscale sui redditi da lavoro.
Queste
tendenze positive si sono arrestate agli inizi del 2003, in parte a causa
dell’ulteriore
indebolimento della congiuntura internazionale. Nel primo trimestre, il
PIL
è diminuito dello 0,1 per cento rispetto al trimestre precedente. In
particolare, gli
investimenti
complessivi hanno registrato una flessione (5 per cento), mentre
l’andamento
dei consumi delle famiglie è risultato sostanzialmente piatto. Anche la
produzione
industriale si è ridotta nei primi mesi dell’anno e le indagini congiunturali
hanno
segnato un netto peggioramento dovuto al ridimensionamento delle decisioni di
spesa
e al rinvio dei piani di investimento. I dati più recenti sull’andamento della
produzione
industriale indicano un recupero nel secondo trimestre, possibile preludio di
una
ripresa a partire dalla seconda parte dell’anno.
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
23
Le previsioni per il 2003
Tenuto
conto delle tendenze in atto e dell’eredità positiva del 2002 (il
trascinamento
è pari a 0,4 punti percentuali), si stima che il PIL aumenti, in media nel
2003,
dello 0,8 per cento, un valore in linea con quello atteso per l’area dell’euro.
Tavola II.1 - Contributi alla crescita del PIL
(variazioni percentuali)
(a) Variazioni percentuali sull'anno precedente
(b) Valori percentuali
La
crescita del PIL sarà sostenuta dalla domanda interna. Le difficoltà dei nostri
principali
partner
commerciali
(della Germania, in particolare), unitamente alla perdita
di
competitività dovuta all’apprezzamento dell’euro, condizioneranno la ripresa
delle
esportazioni
nei prossimi mesi. Il settore estero darà un apporto negativo alla crescita,
seppur
in misura inferiore rispetto al 2002 (0,5 per cento rispetto a 0,7 per cento
del
2002);
il contributo delle scorte sarebbe lievemente positivo.
La
spesa delle famiglie è prevista aumentare dell’1,2 per cento, rispetto allo 0,4
per
cento dell’anno precedente. I consumi dovrebbero beneficiare, oltre che del
miglioramento
del clima di fiducia, dell’incremento del reddito disponibile, legato ai
rinnovi
contrattuali, e del progressivo riassorbimento delle pressioni
inflazionistiche.
La
propensione al consumo rimarrebbe sostanzialmente stabile, dopo la riduzione
registrata
nei due anni precedenti, indotta dalla volontà delle famiglie di ricostituire
la
ricchezza
finanziaria perduta dopo il crollo dei mercati azionari.
2002 2003
PIL (a) 0,4 0,8
CONTRIBUTI ALLA CRESCITA (b)
DOMANDA FINALE 0,7 1,2
- investimenti 0,1 0,2
- spesa delle famiglie 0,3 0,7
- spesa delle P.A. e I.S.P. 0,3 0,3
SCORTE 0,4 0,1
ESPORTAZIONI NETTE -0,7 -0,5
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
24
RICCHEZZA FINANZIARIA E CONSUMI DELLE FAMIGLIE
Nonostante la recente inversione di tendenza, la contrazione delle
borse mondiali,
in corso dal marzo 2000, ha ormai raggiunto dimensioni elevate. Se
si prendono a
riferimento i valori di massimo e minimo raggiunti dalle
quotazioni, la flessione di
borsa ha raggiunto negli Stati Uniti la durata di 139 settimane1, valore superato solo
in
occasione della crisi del 1929. Non meno rilevante risulta il
ridimensionamento delle
quotazioni: 40 punti percentuali, nel caso dell’indice Standard e
Poor’s, 70 per cento
nel caso dell’indice tecnologico Nasdaq. Il mercato azionario
italiano, ovviamente, non
si è sottratto a tale ondata ribassista e le quotazioni della
serie storica dell’indice Mib
sono ritornate sui livelli di fine del 1997. Le correzioni delle
quotazioni di borsa hanno
un impatto sui consumi delle famiglie attraverso l’effetto
ricchezza e sugli investimenti
delle imprese attraverso le condizioni di indebitamento. Tali
nessi causali sono di
particolare rilevanza negli Stati Uniti, il cui sistema
finanziario è fortemente incentrato
sui mercati. Tuttavia, la riduzione del valore del portafoglio
azionario delle famiglie
americane, essendo percepita come una variazione di carattere
prevalentemente di
lungo periodo, non ha direttamente penalizzato i consumi; questi
ultimi, viceversa, sono
stati sostenuti dagli incrementi del valore del patrimonio
immobiliare.
Per quanto di dimensioni minori rispetto agli Stati uniti, anche
in Europa si è
assistito, dalla fine degli anni novanta, ad una consistente
ricomposizione del
portafoglio dei risparmiatori. Per quanto riguarda l’Italia, ciò
si è sostanziato in un
passaggio dai titoli di Stato, in particolare, Bot e Cct verso
attività direttamente o
indirettamente collegate agli andamenti dei corsi azionari. Alla
fine del 1996, l’insieme
delle azioni e partecipazioni, italiane e estere, dei fondi
comuni, di diritto italiano e
estero rappresentava solo il 19,4 per cento delle attività
finanziarie delle famiglie; a
fine 1999 tale quota era salita fino al 44,4 per cento. Il calo
dei corsi azionari, che ha
caratterizzato l’ultimo triennio, ha comportato una diminuzione
del peso di tali attività
sul portafoglio finanziario delle famiglie (dal picco del 1999 al
42,6 per cento nel 2000,
al 29,9 per cento nel 2002) cui ha corrisposto una contrazione
della ricchezza e della
rendita finanziarie delle famiglie (tra il quarto trimestre del
2000 e il terzo trimestre
2002 la ricchezza finanziaria è diminuita del 10 per cento, mentre
la rendita finanziaria
del 65 per cento). Contestualmente alla contrazione delle borse
internazionali e
europee, nel 2002, l’andamento dei consumi interni italiani ha
registrato una flessione
(-0,1 per cento), particolarmente marcata nel comparto dei beni
durevoli (-2,8 per
cento).
Diversi fattori incidono sulla decisione al risparmio delle
famiglie: l’inflazione, le
condizioni del mercato del lavoro, il costo del credito, ecc...
Tuttavia, in presenza di
una dinamica dei prezzi contenuta, di una buona tenuta
dell’occupazione e del basso
costo del denaro, l’incremento della propensione al risparmi,
registrata negli ultimi due
anni, potrebbe riflettere l’intento delle famiglie di ricostituire
la ricchezza e la rendita
finanziaria perduta negli ultimi due anni.
1 Il riferimento è all’indice Standard e Poor’s.
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
25
Tav.1 Attività finanziarie delle famiglie(*)
(composizione percentuale)
Fonte: Banca d’Italia, Conti Finanziari delle famiglie
(*) Comprende le famiglie consumatrici, le imprese individuali
fino a 5 addetti, le ISP
L’eventuale mancata quadratura delle cifre decimali è dovuta agli
arrotondamenti.
Per valutare empiricamente l’effetto della caduta dei corsi
azionari sui consumi
delle famiglie e sul PIL del nostro Paese è stata effettuata una
simulazione
controfattuale. Alla base dell’eserciz io vi è l’imposizione di
una redditività equivalente
al tasso medio sui Bot nel triennio 2000–2002 sull’andamento degli
indici di borsa.
Nella struttura del modello utilizzato, le diverse ipotesi
sull’andamento delle quotazioni
azionarie esercitano un impatto diretto sulla domanda di consumo,
nella cui funzione di
stima entra, con valori statisticamente significativi, la
ricchezza finanziaria delle
famiglie.
In base a tale simulazione, nel triennio 2000-2002, la minore
crescita cumulata
della domanda interna attribuibile alla caduta dei corsi azionari
è pari a 3 decimi di
punto. Effetti ritardati, seppure in progressiva riduzione, si
producono ancora nel
biennio successivo.
D’altra
parte, gran parte della ricchezza delle famiglie è concentrata nel mercato
immobiliare
e un sostegno ai consumi potrebbe derivare dalla possibilità di convertire in
reddito
parte di tale ricchezza.
1996 1999 2000 2001 2002
Attività
Biglietti e depositi a vista 17,0 14,8 14,8 15,3 17,2
di cui: depositi bancari 17,0 14,7 14,3 13,4 15,3
Altri depositi 19,7 10,0 10,1 10,6 11,4
bancari 13,6 4,2 4,0 3,9 4,0
postali 6,1 5,9 6,1 6,7 7,4
Titoli a breve termine 7,1 1,1 1,0 1,0 0,5
Titoli a medio e lungo termine 21,5 14,1 15,1 16,7 20,3
di cui: titoli pubblici 16,3 7,5 7,3 6,7 8,1
Quote di fondi comuni 5,3 17,6 16,1 13,5 12,3
Azioni e partecipazioni 12,2 22,6 20,4 18,7 14,0
Attività sull'estero 5,4 7,3 9,5 9,7 7,7
di cui: depositi 1,3 0,2 0,0 1,1 0,4
titoli a breve termine 0,1 0,0 0,0 0,0 0,0
titoli a medio e lungo temine 2,0 2,9 3,0 3,5 3,7
azioni e partecipazioni 1,5 2,9 4,2 3,6 2,6
quote di fondi comuni 0,5 1,2 1,9 1,5 1,0
Riserve per premi di assicurazione 10,5 11,5 11,9 13,9 16,0
Altre attività finanziarie 1,3 1,0 1,1 0,6 0,6
Totale attività 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0
p.m. Azioni e partecipazioni, quote 19,4
44,4 42,6 37,3 29,9
di fondi comuni in i talia e all'estero
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
26
Nel
2003, la componente dei consumi pubblici è prevista ridimensionarsi per
effetto
delle politiche volte al rispetto degli obiettivi di bilancio, pur a fronte del
concentrarsi,
nell’anno corrente, della spesa per i rinnovi contrattuali dei dipendenti
pubblici.
In termini reali, i consumi della P.A registrerebbero un tasso di crescita
inferiore
a quello dell’anno precedente (dall’1,7 del 2002 all’1,4 per cento).
Gli
investimenti fissi lordi, favoriti dalla ripresa della domanda e dal basso
livello
dei
tassi di interesse, dovrebbero segnare, nella seconda parte del 2003, un
graduale
recupero.
In
particolare, la componente di macchinari e attrezzature, dopo aver registrato
nei
primi
due trimestri una caduta, a riflesso degli anticipi di spesa effettuati alla
fine del
2002
per beneficiare degli incentivi fiscali poi scaduti, crescerebbe dello 0,4 per
cento
(0,6
per cento nel 2002). La componente delle costruzioni, viceversa, beneficiando
del
protrarsi
degli incentivi alla ristrutturazione delle abitazioni e dell’avvio del
programma
delle
Grandi Opere, registrerebbe una crescita dell’1,4 per cento, in accelerazione
rispetto
al 2002. Nel complesso, quindi, la dinamica degli investimenti sarebbe pari
allo
0,8
per cento.
Le
esportazioni, in linea con il rafforzamento atteso dell’economia mondiale,
registrerebbero
un recupero nella seconda parte dell’anno: la crescita si attesterebbe al
2,0
per cento (contro un calo dell’1 per cento del 2002). Anche la dinamica delle
importazioni,
di riflesso alla ripresa della domanda e favorita dal perdurante guadagno
delle
ragioni di scambio, mostrerebbe una forte accelerazione (dall’1,5 del 2002 al
3,7
per
cento nel 2003). Il saldo corrente della bilancia dei pagamenti risulterebbe
ancora
negativo,
0,6 per cento in rapporto al PIL, come nel 2002. L’attivo commerciale, pur
beneficiando
delle favorevoli ragioni di scambio, risentirà ancora dell’andamento
negativo
dell’interscambio reale, mantenendosi sostanzialmente in linea con il risultato
dell’anno
precedente (1,4 per cento del PIL). Il deficit delle partite invisibili si
collocherebbe
all’1,9 per cento; l’avanzo del settore turismo continuerebbe a ridursi.
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
27
Tavola II.2 - Conto economico risorse e impieghi a prezzi 1995
(variazioni percentuali)
(*) I dati in percentuale misurano il contributo alla crescita del
PIL.
Dal
lato dell’offerta, la crescita del valore aggiunto è stimata pari all’1,0 per
cento
(0,6
per cento nel 2002). L’industria mostrerebbe il maggior recupero produttivo (da
una
crescita piatta nel 2002 all’1,1 per cento nel 2003), trainato principalmente
dal
comparto
delle costruzioni che risentirebbero positivamente degli incentivi a favore
delle
ristrutturazioni edilizie (2,1 per cento nel 2003 contro lo 0,5 per cento del
2002).
Nel
settore dei servizi, il traino della crescita passerebbe, rispetto al 2002,
dalla
componente
pubblica a quella privata, riflettendo le politiche di contenimento della
spesa
delle Pubbliche Amministrazioni.
2002 2003
P IL ai prezzi di mercato 0,4 0,8
Importazioni di beni e servizi 1,5 3,7
TOTALE RISORSE 0,6 1,4
Consumi finali nazionali 0,7 1,2
- spesa delle famiglie residenti 0,4 1,2
- spesa della P. A. e I.S.P 1,7 1,4
Investimenti fissi lordi 0,5 0,8
- macchinari, attrezzature e vari 0,6 0,4
- costruzioni 0,3 1,4
DOMANDA FINALE 0,7 1,2
Variazione delle scorte e oggetti di valore (*) 0,4 0,1
IMPIEGHI (incluse le scorte) 1,1 1,2
Esportazioni di beni e servizi -1,0 2,0
TOTALE IMPIEGHI 0,6 1,4
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
28
Tavola II.3 - Valore aggiunto a prezzi 1995
(variazioni percentuali)
(*) Include commercio, alberghi, trasporti, comunicazioni,
intermediazione creditizia, servizi vari ad
imprese e famiglie.
(**) Include pubblica amministrazione, istruzione, sanità, altri
servizi pubblici, servizi domestici presso
le famiglie.
Pur
in presenza di una debole congiuntura, le condizioni del mercato del lavoro in
Italia
permangono positive, in particolare in raffronto ai principali paesi europei.
Secondo
le stime della Commissione, nel 2003, la crescita dell’occupazione dell’area
dell’euro
sarebbe nulla. Escludendo l’Italia, tale valore risulterebbe negativo per 0,1
punti
percentuali.
OCCUPAZIONE E REDDITI DA LAVORO DIPENDENTE: UN CONFRONTO
EUROPEO
L’anno appena trascorso è stato caratterizzato da un particolare
dinamismo
occupazionale dell’Italia, tanto più notevole sia in
considerazione della difficile
situazione economica congiunturale degli ultimi 18 mesi, sia
perché, per la prima volta
da circa un decennio, risulta in controtendenza rispetto
all’andamento nei principali
paesi dell’area euro. Tale evoluzione è il risultato di un
processo di miglioramento del
mercato del lavoro italiano in atto già da cinque anni,
contraddistinto dalla
diminuzione, in media, del tasso di disoccupazione di oltre mezzo
punto percentuale
l’anno e dalla crescita, in netta accelerazione, dell’occupazione.
Esso è in larga parte
riconducibile agli effetti di tre principali linee di intervento
su cui si è concentrato
l’impegno di Governi e parti sociali. Negli ultimi anni sono state
effettuate importanti
riforme strutturali, con l’obiettivo di migliorare il
funzionamento del mercato del
lavoro, eliminando varie forme di rigidità. Allo stesso intento
sono ispirati i recenti
progetti di legge in tema di riforma del mercato di lavoro (legge
delega n.30/2003) che,
una volta pienamente implementati, potrebbero fornire nuovo
impulso alla crescita
occupazionale amplificando gli effetti dell’attesa ripresa
ciclica. A ciò si sono aggiunti,
soprattutto nell’ultimo biennio, specifici interventi di politica
fiscale finalizzati al
sostegno dell’occupazione, in particolare il credito di imposta a
beneficio delle
2002 2003
Agricoltura
-2,6 1,5
Industria
0,0 1,1
in
senso stretto -0,1 0,9
costruzioni
0,5 2,1
Servizi
0,9 0,9
privati
(*) 0,8 1,1
pubblici
(**) 1,3 0,4
INTERA
ECONOMIA 0,6 1,0
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
29
assunzioni a tempo indeterminato introdotto con la Legge
Finanziaria del 2001 e
riconfermato, seppure in entità ridotta, nella Legge Finanziaria
del 2002. Infine, la
moderazione salariale degli ultimi anni, indotta dall’applicazione
del modello di
contrattazione formalizzato nel ‘Protocollo sulla politica dei
redditi e dell’occupazione’
del 23 luglio 1993, ha contribuito, in misura anche sostanziale,
alla recente buona
performance del mercato del lavoro.
A questo proposito, è interessante esaminare l’evoluzione negli
ultimi quattro
anni2 dell’occupazione e dei redditi da lavoro in Italia, confrontandola
con le tendenze
nei principali paesi dell’area euro3. Dal confronto emerge
che, durante il periodo
considerato, l’Italia è riuscita ad invertire il differenziale di
crescita occupazionale che
la separava dalla media europea, passando da uno scostamento medio
sfavorevole pari
a mezzo punto percentuale nel periodo 1995-1998 ad un vantaggio di
crescita di circa
tre decimi di punto negli anni 1999-2002 (figura 1).
Figura 1 - Crescita dell’occupazione in Italia e in Europa
Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat.
Rispetto agli incrementi osservati in Francia, Spagna e Paesi
Bassi, l’Italia soffre
ancora di qualche ritardo, che però appare colmarsi rapidamente.
Tale risultato è in
larga parte imputabile alla forte crescita del settore dei servizi
privati, in particolare il
settore dell’intermediazione finanziaria, attività immobiliari e
servizi alle imprese.
A fronte di una crescita occupazionale così vigorosa, i redditi da
lavoro
dipendente pro capite hanno mostrato, in Italia, fra gli
incrementi più contenuti sia in
termini assoluti, sia rispetto all’evoluzione dell’indice dei
prezzi al consumo
armonizzato e della produttività del lavoro4.
2 Il confronto è limitato agli ultimi quattro anni in quanto, nel
1998, i contributi sanitari a carico dei datori
di lavoro sono stati sostituiti dall’IRAP, così modificando il
livello dei redditi da lavoro dipendente.
3 Esse concorrono a det erminare, rispettivamente, il denominatore
ed il numeratore del costo del lavoro.
Un confronto più appropriato delle dinamiche di redditi p ro
capite e produttività ri chiederebbe la
speci ficazione dell’input di lavoro in
termini di unità di lavoro equivalenti a tempo pieno (ULA). Tali dati
non sono però disponibili, su periodi recenti, per la maggior
parte dei paesi considerati. Le grandezze pro
capite sono state quindi necessariamente computate in termini di
numero di occupati (persone).
4 La produttività nominale del lavoro è qui calcol ata come rapporto
fra valore aggiunto a prezzi base
correnti e numero di occupati.
0.00
0.20
0.40
0.60
0.80
1.00
1.20
1.40
1.60
1.80
Media 1995-98 Media 1999-2002
ITALIA UNIONE EUROPEA
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
30
Tavola 1 - Redditi pro capite, prezzi al consumo e produttività
nei principali paesi dell’area euro
(tasso medio di crescita 1999-2002)*
* Per Francia e Spagna i dati relativi a redditi pro capite e
produttività terminano al 2001.
Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat.
D’altra parte, l’andamento della quota del lavoro5, che è un indicatore
sintetico
delle dinamiche relative di redditi e produttività, mostra per
l’Italia una leggera
flessione nel periodo considerato, confermando un’evoluzione
generalmente equilibrata
delle variabili retributive reali - anche rispetto ai maggiori
paesi dell’area euro - ed
omogenea nei vari settori di attività economica.
Figura 2 - La quota del lavoro nei principali paesi dell’area euro
- Totale economia esclusa la
pubblica amministrazione*
* I dati per Francia e Spagna terminano al 2001.
Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat.
Rispetto a questo quadro complessivamente favorevole per il
mercato del lavoro
italiano, sarà di rilievo l’analisi della prova dei fatti in
corrispondenza dell’attesa
ripresa del ciclo economico, particolarmente nel confronto con i
principali partner
europei. L’azione governativa continuerà a perseguire attivamente
la strada delle
riforme strutturali del mercato del lavoro, in contemporanea con
la messa a punto di un
5 Il computo della quota del lavoro è stato effettuato sulla base
del numero di occupati ed imputando agli
occupati indipendenti gli stessi redditi degli occupati
dipendenti. Nella l etteratura esso corrisponde al
concetto standard di adjusted labour share. La quota del lavoro corrisponde, per
costruzione, al rapporto
tra redditi reali pro capite (defl azionati con i prezzi base del
valore aggiunto settoriale) e produttività, un
aumento (diminuzione) della quota indica quindi crescita dei
salari reali più forte (lenta) della
produttività.
Italia Francia Germania Spagna Paesi Bassi Unione Europea
Redditi pro capite nominali 2.53 2.53 1.78 3.70 4.34 3.43
Indice armonizzato dei prezzi al consumo 2.30 1.53 1.30 3.03
3.33 1.85
Produttività nominale del lavoro 2.71 2.17 1.51 4.16 4.05 3.35
0.5
0.52
0.54
0.56
0.58
0.6
0.62
0.64
Italia Francia Germania Spagna Paesi
Bassi
Unione
Europea
1999
2000
2001
2002
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
31
effettivo e congruo sistema di ammortizzatori sociali, al fine di
cogliere al massimo gli
impulsi derivanti dalla congiuntura più favorevole.
La
crescita dell’occupazione in Italia, nel 2003, sarà, infatti, positiva,
attestandosi
allo
0,6 per cento, pur in rallentamento rispetto al 2002 (1,1 per cento). Il
peggioramento
sarebbe particolarmente marcato nel settore dell’industria in senso
stretto
(-0,1 per cento nel 2003 contro 0,4 per cento nel 2002); nei servizi la domanda
di
lavoro
aumenterebbe dello 0,9 per cento (1,5 nel 2002).
Tavola II.4 - Occupazione (unità standard di lavoro)
(variazioni percentuali)
(*) Include commercio, alberghi, trasporti, comunicazioni,
intermediazione creditizia, servizi vari ad
imprese e famiglie.
(**) Include pubblica amministrazione, istruzione, sanità, altri
servizi pubblici, servizi domestici presso
le famiglie
Il
contributo della componente femminile alla crescita occupazionale risulta
elevato.
In aprile, in base all’ultima rilevazione pubblicata dall’ISTAT sulle forze di
lavoro,
il ritmo di crescita dell’occupazione femminile (2,3 per cento) è tornato ad
attestarsi
sui livelli registrati nel corso del primo semestre del 2002, dopo il
rallentamento
di ottobre 2002 e gennaio 2003 (rispettivamente 1,7 e 1,4 per cento).
La
Legge delega sul mercato del lavoro (n.30/2003) ha introdotto nuove figure
contrattuali
(staff
leasing,
lavoro a chiamata, job-sharing, nuove regole sul part-time)
che
dovrebbero stimolare la partecipazione femminile al mercato del lavoro.
2002 2003
Agricoltura -2,2 -2,0
Industria 0,7 0,5
in senso stretto 0,4 -0,1
costruzioni 1,6 2,2
Servizi 1,5 0,9
privati(*) 2,0 1,4
pubblici(**) 0,8 0,2
INTERA ECONOMIA 1,1 0,6
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
32
EVOLUZIONE DELL’OCCUPAZIONE FEMMINILE NELL’ULTIMO
QUINQUENNIO
Dalla seconda metà degli anni novanta l’economia italiana ha
registrato una
notevole crescita occupazionale. Nonostante il rallentamento
imposto dalle sfavorevoli
condizioni congiunturali dell’ultimo anno, il periodo dal 1998 al
2002 ha visto una
crescita di circa 1.4 milioni di posti di lavoro, con un
incremento di circa 4 punti del
tasso d’occupazione (calcolato come rapporto tra occupati e
popolazione in età
lavorativa, 15-64 anni). Un contributo significativo a tale
crescita è certamente legato
all’introduzione di misure volte a favorire la flessibilità del
mercato del lavoro,
attraverso un processo che ha favorito l’entrata nel mercato del
lavoro di soggetti in
precedenza esclusi. Testimonianza di ciò si trova nell’incremento
dell’offerta di lavoro
e nel concentrarsi della maggiore occupazione nella componente
femminile: per le
donne l’aumento del tasso d’occupazione, nel quinquennio citato,
si cifra in circa 5
punti percentuali. Dal 1998 al 2002, infatti, l’occupazione
femminile è cresciuta ad un
ritmo cinque volte superiore a quella degli uomini (12,1 per
cento, il tasso di
incremento medio dell’occupazione femminile nel 2002 contro il 3,8
per cento
maschile). In rapporto all’espansione totale dell’occupazione,
quella femminile ha
inciso per circa i tre quinti; nel 2002 il livello delle donne
occupate si è attestato a
8.236 milioni di individui (il 37, 7 per cento dell’occupazione
complessiva). Le donne
sono più presenti, rispetto agli uomini, nel lavoro dipendente che
in quello autonomo
(in particolare, tra le donne, figurano meno imprenditori e liberi
professionisti) e, per
quanto riguarda il lavoro dipendente, occupano in minor misura
posizioni dirigenziali.
Per contro, il 44,6 per cento delle donne occupate svolgono
mansioni da impiegate.
Figura 1 - Distribuzione dell’occupazione per sesso e posizione
dell’occupazione, 2002
(valori assoluti)
Fonte: ISTAT
La presenza femminile nel mercato del lavoro nel nostro paese è,
inoltre,
caratterizzata da un’elevata dispersione per area geografica dei
tassi di occupazione; è
nelle regioni del Centro-Nord che si riscontra la maggiore
concentrazione
dell’occupazione femminile. Nel Nord Est, in particolare, il tasso
di occupazione
femminile (15-64 anni) ha raggiunto, nella media del 2002, il 54,4
per cento, a fronte
del 27 per cento relativo al meridione. Pertanto, mentre nelle
regioni centro
settentrionali il suddetto tasso è allineato su livelli europei
(nel 2002, il valore di tale
indicatore con riferimento all’intera Unione è stato del 55,5 per
cento), nel
Mezzogiorno il divario risulta particolarmente ampio (27 per
cento).
0
1.000
2.000
3.000
4.000
5.000
6.000
Maschi Femmine
Dirigenti Quadri Impiegati Operai
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
33
Figura 2 - Tassi di occupazione (15-64 anni) per sesso e
ripartizione geografica (2002)
Fonte: ISTAT
Nonostante i progressi degli ultimi anni, l’Italia continua a
registrare un tasso di
partecipazione al mercato del lavoro relativamente basso,
soprattutto tra la
popolazione femminile. Sia in Italia che nel resto dell’area-euro,
i tassi di occupazione
femminile per classi di età sono caratterizzati da un profilo “a
gobba”.
Figura 3 - Tassi di occupazione femminili per fasce di età in
Italia, area-euro, e paesi nordici. 2001
(*) escluso il Lussemburgo
(**) Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia
Nelle classi di età più giovani, la percentuale di donne occupate
è piuttosto
bassa, mentre aumenta man mano che si considerano donne in età più
adulta, fino a
raggiungere un picco fra i 35 e i 44 anni. Viceversa,
avvicinandosi l’età pensionabile, il
tasso di occupazione declina vistosamente. Ma in ciascuna classe
di età considerata, il
livello del tasso di occupazione femminile italiano è decisamente
inferiore alla media
europea. Anche nella fascia di età tra i 35-40 anni, dove il tasso
di occupazione è
massimo, l’Italia registra un differenziale con la media europea
di quasi dieci punti
percentuali. Rispetto agli altri paesi europei, il divario per
l’Italia, distribuito fra tutte
le fasce di età, raggiunge il culmine nella fascia 45-49 anni (in
relazione alla più
0,0
10,0
20,0
30,0
40,0
50,0
60,0
70,0
80,0
Nord oves t Nord Est Centro Sud
Donne Uomini
-
10
20
30
40
50
60
70
80
90
15-19 20-24 25-29 30-34 35-39 40-44 45-49 50-54 55-59 60-64
Fasce di età
Tassi d i Occup azione
Area EURO* Paesi Nord ici* * Italia
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
34
favorevole legislazione sul pensionamento anticipato). E nelle
fasce di età centrale, la
bassa occupazione è strettamente associata alla bassa
partecipazione femminile al
lavoro all’interno dei nuclei familiari.
Tavola 1 - Tassi di occupazione femminili per classi di età, stato
civile e area geografica. 1995-2002
Fonte: Elaborazione su dati ISTAT
Per le donne tra i 30 e 44 anni, il differenziale occupazionale
tra donne nubili e
donne attualmente coniugate è pari a circa 8 punti percentuali:
mentre il 70 per cento
delle donne nubili tra i 40 e 44 anni risultavano occupate
nell’aprile del 2002, tale
percentuale si riduceva a poco più del 50 per cento per le donne
coniugate, con
differenziali anche maggiori nel Mezzogiorno. Un altro elemento
utile, ai fini di una
migliore comprensione degli aspetti strutturali dell’occupazione
femminile, è il fatto
che l’occupazione femminile si concentra nelle donne con alti
livelli di istruzione. Gli
uomini, al contrario si distribuiscono, secondo il titolo di
studio posseduto, in modo più
equo. Dai dati emerge che il 62 per cento delle donne occupate
possiede un elevato
titolo di studio (diploma o laurea), contro il 50 per cento circa
degli uomini. Tale
fenomeno risulta accentuato nel Mezzogiorno.
Figura 4 - Distribuzione degli occupati per titoli di studio
(aprile 2002)
Fonte: ISTAT
Un importante contributo all’incremento del tasso di occupazione
femminile è
derivato, inoltre, dal lavoro a tempo parziale. Tale tipologia di
lavoro “atipico” è del
0,0
10,0
20,0
30,0
40,0
50,0
maschi femmine
laurea o dottorato
diploma di maturità o di qual. Professionale
Licenza media
Lic. Elementare/nessuno
Classi Stato Civile
di età 1995 2002 1995 2002 1995 2002
30-34 Totale 49,5 56,7 61,6 71,1 29,5 32,7
Nubile 63,3 67,6 75,3 80,8 39,7 41,9
Coniugata 45,3 50,8 56,9 65,7 27,3 28,6
35-39 Totale 52,0 56,5 62,2 69,1 34,6 35,2
Nubile 67,0 71,6 78,6 82,4 45,8 49,4
Coniugata 48,9 52,3 58,8 65,2 32,8 32,2
40-44 Totale 50,3 56,4 56,9 66,7 38,5 39,0
Nubile 65,0 70,9 73,8 81,0 51,9 52,5
Coniugata 47,6 53,1 53,9 63,5 36,8 36,7
Italia Centro - Nord Sud - Isole
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
35
resto già parte integrante delle misure destinate all’obiettivo di
favorire sia la
prtecipazione femminile al mercato del lavoro, sia
l’”occupabilità” delle donne anche
nelle regioni meridionali6. In Italia, le donne
con un’occupazione part-time sono circa
1 milione 130 mila (80 per cento dell’occupazione dipendente a
tempo parziale),
rispetto alle 811 mila circa nel 1998. La percentuale di donne che
lavorano secondo
tale tipologia contrattuale è significativamente più elevata
nell’Unione Europea (pari
al 33,8 per cento della media dell’Unione Europea contro il 17,8
per cento in Italia nel
2001). Si può, inoltre, osservare come ad elevati tassi di
occupazione femminile,
corrisponde, in generale, un’ampia diffusione del lavoro a tempo
parziale. L’ampio
divario con il resto d’Europa sta ad indicare che esistono,
tuttora, ampi margini di
estensione di questo strumento.
Effetti
positivi sull’evoluzione dell’occupazione femminile nel medio periodo
sono
attesi anche dalla riforma fiscale avviata dal governo e dalle sue successive
implementazioni.
EFFETTI DELLA RIFORMA FISCALE SULLA PARTECIPAZIONE
FEMMINILE AL MERCATO DEL LAVORO
L’obiettivo di accrescimento dell’offerta di lavoro si concentra
su tre aspetti
fondamentali:
o il Mezzogiorno, ove
l’occupazione regolare è su livelli endemicamente bassi
o i gruppi
socio-demografici caratterizzati da bassa partecipazione strutturale
o le fasce di età vicine
alla pensione, che, nonostante i più recenti progressi,
rimangono caratterizzate da una fuoriuscita troppo precoce dal
mercato del
lavoro.
Un ruolo importante di stimolo all’offerta di lavoro può derivare
dall’intervento
di riduzione delle imposte sul reddito operato nel corso del 2003,
dal momento che i
benefici fiscali sono concentrati sui redditi individuali più
bassi.
Per comprendere il legame tra offerta di lavoro e riduzione
fiscale, è
fondamentale distinguere tra soggetti che già partecipano al
mercato del lavoro e
soggetti che inizialmente si collocano fuori dalla forza lavoro.
Nella letteratura
economica, i primi soggetti operano sul margine intensivo
dell’offerta di lavoro
(variazione delle ore di lavoro, posto che già si sia occupati),
mentre i secondi soggetti
operano sul margine estensivo (partecipazione o meno al mercato).
Per gli individui sul margine intensivo dell’offerta di lavoro,
una riduzione fiscale
induce un effetto sostituzione ed un effetto reddito, il primo a
favore d’aumento
dell’offerta di lavoro - in quanto una riduzione dell’aliquota
marginale aumenta il
costo opportunità delle attività non lavorative – il secondo
operante nel senso d’una
riduzione dell’offerta di lavoro - in quanto le minori imposte
consentono di ottenere lo
6 In base alle indicazioni del NAP (Piano nazionale per
l’occupazione), presentato dal governo nella
scorsa primavera, il tasso di occupazione femminile dovrebbe
essere innalzato al 46 per cento entro il
2005. Nel Piano sono contenute, fra l’altro, alcune misure per
raggiungere tale obiettivo: incentivazione
alla diffusione del lavoro a tempo parziale e valorizzazione
dell’offerta formativa.
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
36
stesso reddito netto con un minor impegno lavorativo. Gli effetti
netti complessivi della
riduzione delle imposte sono perciò ambigui per gli individui che
operano sul margine
intensivo dell’offerta di lavoro.
Meno ambigui sono invece gli effetti per individui che operano sul
margine
estensivo: ipotizzando l’assenza di redditi diversi da quelli da
lavoro (e tralasciando la
presenza di un aumento del redito netto del coniuge ove questi già
lavori), la riduzione
delle imposte determina soltanto un effetto sostituzione, senza
produrre alcun effetto
reddito, sì da implicare un aumento della probabilità di
partecipare al mercato del
lavoro.
Tali congetture teoriche sono in effetti confermate dalle
verifiche esistenti di
natura econometrica. Per gli individui che operano sul margine
intensivo dell’offerta di
lavoro, indipendentemente dal sesso, l’effetto reddito e l’effetto
sostituzione sono molto
piccoli e di segno opposto. Viceversa, per le donne coniugate che
operano sul margine
estensivo, l’elasticità dell’offerta di lavoro al salario appare
molto più alta. Anche se
le stime dell’elasticità dell’offerta dipendono dai dettagli
analitici del modello
utilizzato, gli studi più attendibili sembrano essere quelli che
prendono esplicitamente
in considerazione i vincoli esistenti in termini di salario e ore
lavorate, la situazione del
mercato locale del lavoro, la natura congiunta delle decisioni in
tema di lavoro e
fertilità dei due coniugi. In questa direzione, un certo consenso
emerge nella letteratura
sul fatto che l’elasticità dell’offerta di lavoro femminile sia
superiore a quella maschile,
ragguagliandosi la prima intorno a 0.7, la seconda al massimo a
0.5.
Le considerazioni ora esposte sono particolarmente importanti nel
contesto
italiano, dal momento che è proprio sul margine estensivo e sul
tasso di occupazione
femminile che l’Italia risulta essere particolarmente in ritardo.
Tenendo conto che
l’intervento fiscale già approvato riguarda i redditi medio-bassi,
è opportuno rilevare
che gli stessi studi econometrici evidenziano un’elasticità
dell’offerta di lavoro
chiaramente decrescente all’aumentare del livello di reddito (da
valori di 3.4 per le
donne a basso reddito familiare, 0.8 per le donne a reddito medio,
e 0.09 per le donne
in famiglie a reddito elevato). Pur nella difficoltà di precisare
gli effetti dell’intervento
fiscale in termini di aumento della partecipazione al lavoro, è
plausibile concludere che
la manovra fiscale garantirà, nel medio periodo, una maggior
crescita dell’output
potenziale.
In aggiunta a tali effetti, ulteriori stimoli potranno der ivare
dalla rimozione degli
ostacoli residui alla partecipazione delle donne in età centrale
con carichi famigliari.
Un impedimento in questa direzione è legato alla bassa
disponibilità, in Italia, di servizi
pubblici e privati per l’infanzia, un settore ad alta intensità di
lavoro femminile.
Nel
2003, in presenza di un lieve rallentamento dell’offerta di lavoro, il tasso di
disoccupazione
continuerebbe a scendere attestandosi all’8,8 per cento.
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
37
Tavola II.5 - Offerta, domanda di lavoro e disoccupazione
(variazioni percentuali)
Fonte: Elaborazioni e stime su datiISTAT, Rilevazione trimestrale
delle forze di lavoro
A
fronte degli andamenti congiunti dell’attività produttiva e dell’occupazione,
il
valore
aggiunto per unità di lavoro crescerebbe dello 0,3 per cento, dopo la flessione
registrata
nel 2002 (-0,5 per cento).
Tenendo
conto degli effetti dei rinnovi contrattuali già conclusi (nei primi mesi
del
2003 sono stati rinnovati il contratto nazionale dei metalmeccanici e del
commercio,
e
nel settore pubblico, quelli dei ministeri, degli enti pubblici non economici e
della
scuola)
e di quelli da attivare nel corso dell’anno, (tra cui nel settore del pubblico
impiego
Enti locali e Sanità) le retribuzioni lorde pro-capite registrerebbero
un’aumento
dell’ordine
del 3,0 per cento.
Il
costo del lavoro per dipendente aumenterebbe del 3,2 per cento nel 2003, in
linea
con la dinamica retributiva. Nonostante l’accelerazione salariale, il costo del
lavoro
per unità di prodotto, giovandosi del recupero di produttività, crescerà del
3,1 per
cento,
in linea con il risultato del 2002.
Forze di lavoro 0,9 0,8
Occupati 1,5 1,0
Disoccupati -4,5 -1,6
Tasso di disoccupazione 9,0 8,8
Tasso di occupazione (15-64 55,4 56,1
Tasso di attività 61,0 61,6
2002 2003
DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA 2004-2007
38
Tavola II.6 - Redditi e retribuzioni per unità di lavoro
dipendente
(variazioni percentuali)
(1) in percentuale delle retribuzioni lorde
(2) CLUP calcolato sul valore aggiunto ai prezzi base e, per
l'intera economia, sul PIL
A
fronte degli andamenti salariali descritti, l’inflazione al consumo, misurata
sull’indice
dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (al netto dei
consumi
di tabacchi), è prevista rimanere stabile nel 2003, sullo stesso livello dello
scorso
anno (2,4 per cento). Tale stima sconta l’accelerazione registrata nei primi
mesi
dell’anno,
determinata principalmente dall’aumento dei prezzi energetici.
L’apprezzamento
dell’euro favorirà la netta discesa dell’inflazione nella seconda parte
dell’anno.
Il differenziale di inflazione con l’area dell’euro (misurato sull’indice
armonizzato)
è previsto in lieve riduzione.